Prima di Venezia - Destra Brenta
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Destra Brenta - associazione culturale - Bassano del Grappa - PRIMA DI VENEZIA

Prima di Venezia

Sin dall’introduzione della X regio “Venetia et Histria” da parte di Augusto nei primi anni dell’era cristiana il nuovo ordinamento si dimostrò rispettoso delle vecchie partizioni e degli antichi equilibri senza annullarli: un sistema economico omogeneo con un comune orientamento verso la fascia costiera. La regione fu il bastione difensivo dell’intera Italia di fronte alle minacce dei barbari e solo nel V secolo questo ruolo si perse a causa delle incursioni barbariche.

Il passaggio dall’impero romano d’occidente al Regnum Gothorum di Teodorico non comportò mutamenti degli assetti territoriali e degli ordinamenti amministrativi, anzi si provvide a recuperare il ruolo difensivo dell’arco alpino. Cominciano a delinearsi tendenze destinate a divenire più evidenti in età longobarda: lo slittamento del baricentro della provincia verso località più interne.

Con la conquista dei Longobardi la X regio viene a mutare profondamente, solo la fascia costiera e l’Istria restano bizantine. Si rafforza la trasformazione del tessuto urbano e del sistema viario già abbozzato in epoca gota, si creano due aree autonome, nasce un toponimo nuovo: Austria. Il bastione difensivo dell’Italia romana era ora una delle aree di più intenso popolamento germanico dell’intera penisola.

Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo si sostituisce nelle zone controllate dai longobardi il dominio franco. In breve si sviluppa un conflitto politico e militare tra franchi e bizantini che si conclude con la pace di Aquisgrana dell’812 in cui vengono ratificati gli equilibri esistenti. 

E’ in questo momento che si sancisce in via definitiva la separazione politica dell’area lagunare dalla terra ferma, questo assetto territoriale resterà invariato fino al “Quattrocento” e alla nascita dello “stato de tera”.

1. LA VENETIA ET HISTRIA IN EPOCA ROMANA

Nei primi anni dopo Cristo la costituzione della X Regio “Venetia et Histria” da parte di Augusto formalizzava, all’interno del sistema romano, l’organizzazione unitaria del nord est della penisola italica. La divisione effettuata riprendeva i precedenti confini e assetti territoriali preromani; punto di incontro fra il mondo romano-italico e il Centro Europa sviluppava un sistema economico omogeneo che aveva un comune orientamento verso la fascia costiera. Principale fulcro della rete stradale, centro amministrativo e politico della regione era Aquileia.

Le riorganizzazioni territoriali dei secoli successivi non porteranno grossi cambiamenti. La principale, attuata nel III secolo da Diocleziano, manteneva grossomodo gli stessi confini (VIII provincia “Venetia et Histria”). Lo spostamento della capitale da Roma a Milano spostava il baricentro politico dell’impero verso l’Italia settentrionale. Aquileia restava un centro di primaria importanza, politica e strategica, questo ruolo la porterà ad essere scenario di lotte dinastiche e dei pretendenti al trono imperiale (assedio di Massimino, Costantino contro Massenzio, Costantino II contro Costante, Costanzo II contro Giuliano). Le cose peggiorarono negli anni del basso impero: alle crisi interne si affiancarono le pressioni esterne e il nord-est, fino ad allora bastione difensivo dell’intera Italia, sarà violato delle incursioni barbariche del V secolo, in particolare quella di Attila.

Con il V secolo cambia in modo radicale la considerazione complessiva della “Venetia et Histria”: la serie di eventi bellici, il passaggio dei diversi eserciti e dei barbari, avranno pesanti ripercussioni sui centri, sulla popolazione e sull’economia causando un generale decadimento dell’entroterra. Diversamente le lagune, escluse dagli eventi bellici e dal passare degli eserciti, diventano luogo di rifugio. In generale sta cambiando la percezione della regione: non sono più le Alpi il limite di sicurezza per Roma e l’Italia bensì il Po. 

2. LA VENETIA ET HISTRIA NEL REGNUM GOTHORUM

Nel 488 per volontà dell’imperatore bizantino Zenone veniva affidata l’amministrazione d’Italia al re ostrogoto Teodorico, l’obiettivo era duplice da un lato svincolarsi dalla pressione barbara dall’altro ritornare ad aver voce nella penisola. Teodorico riusciva ad imporsi militarmente con la conquista di Ravenna e l’assassinio di Odoacre nel 493. L’ingresso degli Ostrogoti in Italia avvenne da quella che ormai era considerata la porta della penisola: le Venetie. 

Il passaggio dall’impero romano d’occidente al Regnum Gothorum di Teodorico non comportò grossi mutamenti degli ordinamenti amministrativi e degli assetti territoriali. Vi fu comunque una rigorosa suddivisione etnica: l’amministrazione e l’apparato burocratico furono lasciati gestire all’elemento romano-italico, cosa che garantì una certa continuità, mentre l’apparato militare fu appannaggio dei goti. Questa tipo di organizzazione valeva anche per la regione veneto-istriana.

Il peso dato all’apparato militare polarizzava la regione attorno ai centri di rilievo militare, il baricentro regionale si spostava lentamente verso le località interne, verso l’esterno invece si ricostruiva il sistema difensivo lungo l’arco alpino. In particolare cresceva l’importanza di  Verona che per il suo peso strategico diventerà una delle residenze reali. La storia dell’Histria lentamente si diversifica: esclusa dai conflitti manteneva una buona produzione agricola, facendola diventare il granaio della capitale bizantina d’Italia: Ravenna (vedi anche la celebre lettera di Cassiodoro).

Le cose erano però destinate a cambiare in maniera importante con la guerra greco-gotica (535-553), Giustiniano era interessato a riprendere in mano direttamente le sorti dell’Italia. Nella fase iniziale del conflitto l’’area venetica ebbe un ruolo marginale: i bizantini guidati dal generale Belisario risalirono l’Italia da sud verso nord e il nord-est fu uno scenario secondario interessato da sporadiche azioni di alleggerimento. E’ dopo la caduta di Ravenna (540) che Verona diventa il principale caposaldo goto da cui partirà la temporanea ed effimera reazione guidata da Totila. In questa congiuntura cresceva la presenza dei Franchi nella regione, ambigui alleati dell’impero bizantino, interessati soprattutto ad inserirsi nelle faccende d’Italia. E’ nelle fasi finale del conflitto che le Venetie diventano lo scenario principale: guidati da Narsete i bizantini percorrevano la costa venetica, evitavano l’entroterra controllato dai barbari, e conquistavano definitivamente Ravenna, piegando negli anni successivi le sacche di resistenza gote e franche. 

Il dominio bizantino che tornerà ad unire per un breve periodo la ragione non sarà particolarmente amato: fortemente centralistico annullò tutte le concessioni fatte dagli ostrogoti, creando malcontenti e insoddisfazioni che trovarono uno sfogo di natura ecclesiastica. L’imperatore Giustiniano condannava alcune posizioni teologiche sulla natura di Cristo, forzatura che non veniva riconosciuta dalle chiese occidentali. Le pressioni imperiali e la congiuntura politica obbligavano il papato ad accettarle mentre continuava il rifiuto degli episcopati del nord della penisola, il distacco dalla posizione romana portò Aquileia in uno stato di scisma. Le motivazioni di natura teologica si sommavano a quelle politiche: l’Impero pressato da ben altri problemi (franchi e slavi) non poteva correre il rischio di intervenire militarmente, Roma senza l’azione coercitivo imperiale non aveva la forza per riportare Aquileia all’obbedienza: era l’inizio dello “scisma dei tre capitoli”. Venetia cominciava a ritagliarsi lentamente e senza fratture un suo spazio di autonomia.

3. LA VENETIA ET HISTRIA IN ETA’ LONGOBARDA

Nel 569 gli eventi subirono un ulteriore forte scossone: Alboino guidava in Italia i Longobardi, l’ingresso avveniva ancora una volta era per le Venetie, i barbari non trovarono grosse resistenze ciononostante l’occupazione si sviluppò in modo incoerente e spazialmente discontinua lasciando non poche enclave bizantine nell’entroterra e lungo la costa. La definitiva conquista longobarda dell’entroterra venetico si protrarrà pigramente nei decenni successivi a causa del modo di agire disorganico, caratteristica dell’organizzazione interna longobarda, questo nonostante il debole sforzo difensivo fatto dai bizantini maggiormente interessati ad altri quadranti (Balcani e Persia), l’ultimo sforzo imperiale sarà la fondazione di Civitas Nova (Eraclea).

Come negli altri momenti di crisi gli abitanti della regione cercarono temporaneo rifugio nelle lagune, questa volta però si realizzarono alcune peculiarità: si trattava di intere popolazioni o quantomeno segmenti importanti con i propri ceti dirigenti laici ed ecclesiastici (ad esempio il patriarca di Aquileia trovò rifugio a Grado), inoltre lo spostamento temporaneo era destinato a diventare perpetuo. A differenza di quanto dirà la storiografia a partire dal X secolo le lagune non erano realtà desertiche ma insediamenti marginali a cui i nuovi arrivati diedero comunque un impulso sostanziale. 

Con la conquista longobarda il vecchio assetto regionale risultava sconvolto: era alterato il tradizionale rapporto di scambi economici tra l’interno della regione e la zona litoranea; la rete viaria privilegiava ora i percorsi interni a ciascuno dei due ambiti anziché collegare l’entroterra al mare; il sistema urbano era mutato molte città erano scomparse sia per le frequenti devastazioni sia perché erano venute meno le funzioni economiche e politiche (in particolare Aquileia). Si definiscono due ambiti nettamente scissi e contrapposti: entroterra barbaro e area costiera bizantina; viene meno l’unità politica e soprattutto la percezione unitaria della provincia nelle coscienze. Inoltre il ruolo di baluardo difensivo della penisola, di età romana e ostrogota, era tramontato dopo la traumatica invasione longobarda.

I possedimenti longobardi, al loro interno, erano caratterizzati da forte frammentazione: un insieme di realtà politico-territoriali difformi per entità e peso specifico sulle quali l’autorità regia si esercitava in modi e misura assai diversi. Il nord-est era diventato una delle aree di più intenso popolamento germanico dell’intera penisola, differenziandosi fra l’area veneta dove la separazione fra italici e longobardi era meno rigida e il Friuli che mantenne una forte identità longobarda. Per designare questa nuova realtà (il dominio longobardo a est di Pavia) nasceva un nuovo toponimo: Austria. 

I possedimenti bizantini in Italia furono caratterizzati da un lato dalla figura dell’Esarca con sede a Ravenna che univa su di se poteri civili e militari, rappresentato territorialmente dal magister militum con gli stessi poteri; dall’altro dalle poche disponibilità imperiali e dal tentativo di sopperirle in loco con il reclutamento su base territoriale, proprio quest’ultimo elemento favoriva un progressivo sganciamento dall’autorità centrale senza però portare ad una rottura definitiva.

La Venetia bizantina venne eretta ducato dipendente dall’Esarcato di Ravenna sul finire del VII secolo: interesse bizantino era di mantenere una presenza in Alto Adriatico , interesse venetico era di continuare a beneficiare della protezione imperiale. Le relazioni continuarono con alterne vicende e in modo abbastanza confuso. In uno dei momenti di maggior lacerazione, durante la crisi iconoclasta, il processo di sviluppo autonomistico subisce un’accelerazione e alcuni duchi vengono scelti dalle rispettive comunità, è questo anche il caso dei venetici: il primo duca, secondo la tradizione, fu Paulicio o forse più probabilmente Orso. Il carattere autonomistico si accentuava con il trasferimento della sede ducale da Cittanova a Malamocco. I venetici si stavano ritagliando considerevoli spazi di iniziativa politica, militare e commerciale, rendendosi in un certo modo protagonisti sia della resistenza sia della caduta in mano longobarda della capitale dell’esarcato Ravenna (751). Questo evento non sembra aver avuto effetti negativi per i venetici, anzi da un lato allentava il grado di dipendenza dall’impero dall’altro consentiva di ereditare il ruolo marittimo di Ravenna.

Nonostante la divisione politica sembrava tenere l’unità ecclesiastica. I longobardi ariani o addirittura pagani ne erano poco interessati. Il patriarcato di Aquileia (residente a Grado) persisteva invece nello stato di scisma da Roma ma di vicinanza politica a Bisanzio (vedi l’accorta missiva all’imperatore Maurizio). Il Papato non restava a guardare e, abbandonata l’attitudine intransigente non supportata dall’autorità civile, cercava con il nuovo pontefice, Gregorio Magno, un graduale recupero del clero. La situazione precipitò con la morte di quest’ultimo (604): vennero eletti due successori del vescovo di Aquileia-Grado, uno tricapitolino con sede ad Aquileia e poi nella longobarda Cividale, l’altro ortodosso rimasto nella bizantina Grado. Questa divisione portava termine all’unità ecclesiastica del vecchio patriarcato, al confine politico veniva a sovrapporsi il confine ecclesiastico: da una parte Venetia longobarda, dall’altra Venetia lagunare e Istria bizantine.

4. DISEGNI DI RIORDINO TERRITORIALE: L’AREA VENETA TRA I FRANCHI, BISANZIO E ROMA

La caduta di Ravenna (751) complicò la situazione italiana: rendeva evidente l’impotenza bizantina e l’aggressività longobarda, ora caduta la capitale dell’esarcato il prossimo obiettivo sarebbe stato Roma e quindi il papato. Il pericolo spinse papa Stefano II a cercare un aiuto che venne trovato nei franchi di Pipino e dopo la morte di questi nel figlio ed erede Carlo. Gli interventi franchi raggiungeranno il loro apice nel 774, Carlo manu militari pone fine all’esperienza longobardo e cinge entrambe le corone franca e longobarda, l’ultimo tentativo di resistenza si verificherà ancora nel nord-est in Friuli. Senza grossi stravolgimenti i conti franchi si sostituiranno ai duchi longobardi a capo dei vari distretti territoriali. Dopo due decenni il consolidamento del dominio franco e i servizi resi al papato porteranno  Carlo a indossare la corona imperiale (800). 

Nonostante questi avvenimenti nell’entroterra la Venetia lagunare era rimasta in sfera d’influenza bizantina, un avamposto in pieno territorio franco. La minaccia franca si faceva sentire e aveva un peso notevole anche all’interno dello stesso ducato venetico, portando allo sviluppo di due fazioni; una in favore dei duchi, fedele a Bisanzio, interessata al commercio via mare con l’oriente; l’altra i cui interessi erano maggiormente in terraferma e che guardava favorevolmente al regno carolingio. Il fragile equilibrio si deteriorò con la presa di posizione del Patriarca di Grado a favore di Carlo e di Roma, la reazione dell’autorità ducale portò alla creazione del vescovado di Olivolo e infine all’assassinio dello stesso patriarca. La situazione politica interna era sempre più instabile. 

E’ in questo momento che le grandi potenze fecero le loro mosse. Pipino figlio di Carlo si spinse con un esercito fin quasi a Pellestrina (810), mentre una flotta bizantina intervenne tempestivamente in difesa del ducato. Il conflitto si risolse con la pace di Aquisgrana dell’812: Carlo rinunciava ad ogni pretesa sui territori venetici in cambio Costantinopoli riconosceva il titolo imperiale assunto nell’800. Il ducato venetico rientrava a pieno titolo nella sfera d’influenza di Bisanzio soluzione vantaggiosa per entrambi: per gli imperiali verso i quali era riconosciuta una formale sudditanza ma anche per i venetici a cui erano lasciati ampi margini di autonomia. Unico sconfitto fu il patriarcato di Grado ridotto a semplice pieve: Aquileia venne riconosciuta come sede metropolitica, mentre ad Olivolo erano state messe le basi per una forte chiesa nazionale venetica, rafforzata dal trafugamento delle reliquie di San Marco, primo apostolo della regione.

La Pace di Aquisgrana è termine di fondamentale importanza nella definizione degli assetti territoriali dell’area veneta: il Veneto inserito nell’orbita carolingia conobbe nel suo insieme le dinamiche comuni a tutto l’occidente feudale, la Venetia lagunare usciva da un simile contesto legandosi invece ai commerci per mare e proiettandosi verso oriente. 

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