I Da Romano: fra storia e mito (parte seconda) - Le Cronache medievali - Destra Brenta
852
post-template-default,single,single-post,postid-852,single-format-standard,qode-quick-links-1.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,qode-theme-ver-11.2,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive

I Da Romano: fra storia e mito (parte seconda) – Le Cronache medievali

1 Cronisti ezzeliniani

Il XII secolo è stato chiamato anche il “secolo della storia” infatti è un momento in cui la scrittura della storia ha un grande sviluppo in tutta Europa grazie a nuovi protagonisti e ad un nuovo modo di ricercare le cause. 

Innanzitutto cambiano gli autori: non sono più ecclesiastici narratori di interessi dinastico-familiari ma laici esponenti del ceto comunale cittadino, in particolare notai; diversi motivi portano a questo cambiamento ma il principale è il peso maggiore che vanno ad assumere le istituzioni comunali ed è appunto il caso dei notai, garanti della publica fides. Questi nuovi scrittori della storia hanno una nuova “consapevolezza della loro qualifica di storici” (Zabbia, 2018). Cambiano inoltre gli uomini di Chiesa che scrivono di storia il Duecento è infatti il secolo dei nuovi ordini mendicanti, teologi o giuristi, il cui legame con il papato è una delle caratteristiche peculiari. 

Anche la ricerca delle cause cambia prospettiva: si restringe l’orizzonte universale dell’historia salutis fino ad un livello comunale; il protagonista non è più l’uomo “religioso” (il cui metro è la salvezza dell’anima e la cui storia è vista attraverso i principi primi: il bene contro il male), il nuovo protagonista è l’uomo “laico” (visto in relazione con gli altri uomini e le loro vicissitudini). Non cambia tuttavia la tipologia di linguaggio che resta quello religioso e biblico (Arnaldi, 1976). 

Cambia il modo di scrivere la storia: si comincia a partire dalla registrazione annalistica locale e da questa si sviluppano esposizioni sistematiche che si espandono fino a raccontare storie di singole città (Delogu, 1994). Queste fonti sono le Cronache: esposizioni cronologiche, spesso anno per anno, che seguono le magistrature comunali e raccontano la storia della città. Gli autori sono spesso protagonisti o spettatori dei fatti, membri della classe dirigente cittadina, difficilmente imparziali. Le Cronache si limitano a riportare i fatti e non effettuano tentativi di analisi o quanto meno con scarsi risultati. È nel Duecento che l’interpretazione unitaria di svolgimenti politici complessi e l’organizzazione del racconto storico supera i confini della singola città. 

Questi processi sono particolarmente vivi in Italia in cui la dimensione comunale è particolarmente importante ed è un processo precoce nel Veneto centrale che all’epoca prende il nome di Marca Trevigiana. Questi fatti hanno come principale motore proprio l’affermazione regionale della famiglia dei da Romano che nell’arco di pochi decenni supera la dimensione cittadina legando assieme le storie di diverse città in modo sostanziale. I cronisti dell’epoca sono costretti a muoversi al di fuori di tutti gli schemi precedenti (Fasoli, 1980) e con un nuovo orizzonte. L’Arnaldi (1963) parla di una nuova categoria di storici e di un nuovo modo di scrivere la storia che cerca di indagare le nuove strutture di potere che si impongono. Lo storico arriva a definire questi cronisti della Marca come cronisti ezzeliniani.

Le cronache che passiamo brevemente in rassegna sono quelle: di Gerardo Maurisio, di Parisio di Cerea, del Rolandino e dell’Anonimo monaco padovano. Le fonti principali a cui attingiamo sono il Dizionario Biografico degli Italiani, l’Arnaldi in particolare gli Studi sui cronisti della Marca Trevigiana nell’età di Ezzelino da Romano (1963) e il contributo alla Storia della cultura veneta (1976) il cui lavoro è la base degli studi successivi e poi i contributi di Capo (1976) e Zabbia (2001). Nella nostra ricerca ci limiteremo a vedere il peso della soggettività dell’autore, il suo scopo, i committenti e il tipo di pubblico a cui sono rivolte.

 

2 Gerardo Maurisio

Gerardo Maurisio (1176-1241) appartiene ad una famiglia ricca e nobile del vicentino al servizio dei da Romano e, più che convinto ghibellino, l’Arnaldi riporta che era fra coloro che “auspicavano l’intervento risolutivo di un elemento esterno”. A differenza della maggior parte dei cronisti dell’epoca non sembra essere stato notaio di professione (Fiorese, 2008) bensì cauxidicus (un quasi-avvocato) oltre a ricoprire diverse cariche pubbliche a favore dei da Romano.

Nel suo Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano racconta il periodo che va dal 1183 al 1237, quindi parla di Ezzelino II e dei suoi due figli, e in particolare della storia della propria città, Vicenza. Maurisio evidenzia il particolare momento di transizione fra mondo cittadino (da cui proviene e da cui riceve il proprio schema storiografico) e la corte signorile (ancora incerta ma sufficiente a togliere la fedeltà del singolo alla propria città). Maurisio non ha percezione dell’arrivo della signoria ma capisce che ci troviamo di fronte a una nuova struttura di gestione del potere (Capo, 1976).

Per l’Arnaldi (1976) la cronaca di Maurisio racconta la rottura fra Ezzelino e la cultura delle istituzioni delle città comunali di cui l’autore è un rappresentante; tuttavia né Maurisio né Ezzelino o i suoi avversari hanno una chiara coscienza di questo passaggio ed infatti nessuno cerca di sfruttarlo come strumento propagandistico. Sono invece gli Ordini mendicanti -è un frate l’autore del Chronicon Marchiae Tarvisianae et Lombardiae e sono religiosi che sollecitano il notaio Rolandino a scrivere- che amplificano questa rottura fra il Tiranno e le libertà comunali e che sfruttanno abilmente questo concetto a livello storiografico (Zabbia, 2001).

Oltre al fatto storico tutti gli autori che trattano il Maurisio sono concordi nel dire che il vero protagonista della cronaca è il Maurisio stesso, non solo perché non risultano segni di committenza ma anche per alcune posizioni distaccate e lucide, oltre che per le continue lamentele verso i da Romano che lo avrebbero sottostimato (e sottopagato).

L’opera gode sin dall’inizio di una importante circolazione ed è posta in contrapposizione a quella di Rolandino tuttavia non è mai stata sfruttata a fini propagandistici ghibellini (Arnaldi, 1988). Inoltre il racconto si ferma al 1237 prima che Ezzelino arrivi all’apice del potere e prima che possa dispiegasse in pieno la sua forza, cosa che farà liberamente solo dopo il 1250 con la morte di Federico II.

Altre cronache vicentine di poco successive sono costruite a partire da quella del Maurisio: quelle dei vicentini Niccolo Smereglo e Antonio Godi. Il primo, notaio, scrive tra il 1311 e il 1312 evidenziando i tratti orridi della tirannia. Il secondo scrive a metà trecento e scrive solo un’introduzione (che riguarda il periodo 1194-1260) per poi interrompersi bruscamente. Tutti mettono in luce le contrapposizioni del potere fra città comunali e famiglie nobiliari, entrambi sono condizionati dalla damnatio memoriae successiva.

3 Parisio di Cerea

Nasce intorno al 1200, notaio e figlio di notaio, scrive il Chronicon Veronese che è l’unica cronaca di età comunale di Verona fonte coeva che tratta della città di Verona, capitale della Marca veronese e poi del dominio ezzeliniano (1230-1260). Egli tende per la parte guelfa o, più correttamente, per quelle famiglie che sostengono quella pars. 

Il periodo di cui parla il Chronicon scritto da Parisio va dal 1115-1117 fino al 1260 (Varanini, 2014), anche se la parte più dettagliata è quella che tratta del Duecento con la narrazione dei fatti vissuti dall’autore, il metodo è quello degli Annali anche se la storia locale viene superata. 

L’oggetto della cronaca è quindi Verona ma non solo: il centro “psicologico” degli interessi dell’autore è Cerea da cui proviene; inoltre approfondisce i fatti di Mantova, vicina geograficamente a Cerea ma soprattutto centro del fuoriuscitismo della pars Comitum veronese dei guelfi San Bonifacio, nemica dei da Romano. 

Durante il dominio ezzeliniano e, nonostante sia notaio, non ci sono pervenuti atti pubblici o comunque sono marginali (la stessa cosa la vedremo per il Rolandino), è quindi facile immaginare in una sua posizione defilata e non schierata. Sarà invece molto attento a riportare le colpe e i crimini del Tiranno dopo la sua caduta.

4 Rolandino

Nasce nel 1200 a Padova, notaio e figlio di notaio, conosciamo i dati sulla sua vita principalmente dalla sua Chronica in factis et circa facta Marchiae Trivixane. Fra le diverse cronache del periodo questa è considerata la principale sia per dimensioni, sia qualitativamente, sia come prestigio. Spesso viene contrapposto a Maurisio che viene considerato il “difensore” dei da Romano; nella realtà è difficile fare questo confronto visto che la cronaca di Maurisio si ferma al 1237. Dal punto di vista storiografico Rolandino è aiutato dallo scrivere a fatti ormai compiuti e quindi ha una visione d’insieme della parabola ezzeliniana. 

Il materiale che utilizza per la redazione sono gli appunti presi dal padre e da lui medesimo, su consiglio del padre. La Cronica è scritta nel 1260 e su commissione di alcune persone religiose, frati secondo l’Arnaldi (1963); il committente è già indicativo di un certo posizionamento. Degno di nota è che la cronaca viene approvata solempniter nel 1262 dai professori dell’Università patavina, quasi ad essere autenticata come la versione ufficiale della città di Padova.

Durante il difficile periodo dell’occupazione ezzeliniana di Padova (1237-1257), non viene menzionato negli atti pubblici, l’Arnaldi (1963) dice che rimasto in città o fuoriuscito ad Este non ricoprì nessun incarico mentre Zabbia (2017) definisce questo silenzio “strategico”. 

Dal punto di vista storiografico la cronaca di Rolandino ha una caratteristica “nuova”, universalmente riconosciuta dagli storici contemporanei, vi è la percezione del superamento della dimensione cittadina riconoscendo quello regionale dell’intera Marca. L’intento principale dell’autore è comunque quello di liquidare una volta per tutte il triste passato ezzeliniano, cercando di recuperare i possibili insegnamenti e le pagine gloriose della resistenza.

Nelle conclusioni i grandi protagonisti dell’opera sono la Chiesa e l’Impero. Secondo Capo (1976) vi è un progredire di elementi che vanno in senso inverso all’universalismo e verso la realtà particolare. Tuttavia la Chiesa mantiene ancora il suo potere spirituale mentre l’Impero appare completamente svuotato, un soggetto passivo nelle mani di Ezzelino.  

Zabbia (2001) indica due aspetti marginali ma che ci sembra importante rilevare: vi è un certo consenso ottenuto da Ezzelino anche a Padova, Rolandino non lo nega ma cerca di sfruttarlo a suo favore indicando come anche i sodali di Ezzelino non erano esclusi da condanne e persecuzioni. Inoltre dalla cronaca di Rolandino la figura di Ezzelino che più spesso ne esce è quella del giudice, quasi a voler contrapporre il valore della giustizia a quello della pace incarnato invece dal Comune.

5 Chronicon Marchiae Tarvisiae et Lombardae

Poco sappiamo dell’autore di questa cronaca che il Muratori dice essere “monaco padovano” (o frate?). Effettivamente il Chronicon Marchiae, come il Cronica di Rolandino, è scritto a Padova e a non molti anni di distanza. Le due cronache non sono lontane come mentalità generale (in alcune parti corrispondono) ed inoltre hanno un forte “intimo” con la città, tuttavia non sono riportabili a un intento unitario: entrambe sono legate ad un proprio ambiente diverso ed hanno una scrittura relativamente personale. Questo ci permette alcune conferme e un allargamento dei fatti affrontati (Capo, 1976). 

Il Chronicon Marchiae, è ancora più impegnato politicamente e moralmente del Rolandino, assume toni assai duri verso Ezzelino -un pamphlet ante litteram– rappresentato come fosco e diabolico, giudicato senza cedimenti. A differenza della storiografia laica l’orizzonte ecclesiastico non si sofferma solo sulla Marca ma ha come quadro di riferimento la cristianità intera; l’autore arriva a parlare degli “infedeli Tartari”, tuttavia Ezzelino è il più raccontato e il più drammatico. 

Il punto di partenza del Chronicon Marchiae è la città di cui si critica le superbie e le discordie che favoriscono l’imporsi di personaggi dispotici, eppure la realtà politica che viene presa di mira è l’Impero. Tutti i tiranni di cui si parla sono di parte imperiale, mentre la vera protagonista sempre attaccata e tormentata ma infine sempre vittoriosa è la Chiesa; i buoni sono quindi i suoi difensori dai quali si accetta e si giustifica tutto (Capo, 1976).

6 Le cronache “ghibelline”

Altre cronache del periodo riprendono marginalmente le vicende che vedono protagonisti i da Romano come ad esempio gli Annales placentini, tentativo ghibellino di superare il modello della cronaca municipale per dare un respiro più grande, “imperiale”. Tuttavia anche in questo caso Ezzelino non ne esce bene, di lui viene ricordata soprattutto l’autonomia e il tentativo di farsi signore di un vasto territorio. Anche nel Memoriale de gestis civium Astensium, redatto a inizio Trecento dall’astigiano Guglielmo Ventura, vengono riportati aneddoti sempre cruenti di cui è difficile avere una controprova storica (Zabbia, 2001).

Dopo la caduta senza appello dei da Romano la storiografia si piega alla politica: non è solo la parte guelfa ad imporre la damnatio memoriae, ma è la stessa parte ghibellina a non avere interesse a difendere la memoria di un personaggio che non è mai riuscita ad inquadrare pienamente; è indicativo che a sconfiggere Ezzelino a Cassano d’Adda sia infatti una coalizione trasversale di cui fanno parte anche “vecchi amici” ghibellini come Orberto Pallavicino.

A dimostrazione di questo imbarazzo nel giudizio è la posizione che assume Dante, il ghibellino per antonomasia, il quale non esita a relegare Ezzelino all’Inferno nel cerchio dei violenti, tra i “tiranni che dier nel sangue e nell’aver di piglio”. Come vedremo a breve non questa non è una condanna definitiva. 

7 Dopo le Cronache

Il Chronicon Marchiae e la Cronica di Rolandino costituiscono le fonti di informazioni privilegiate da cui attingono tutti i cronisti posteriori; il Maurisio è tenuto in considerazione ma il fatto di essere monco non cambia la percezione dei da Romano e di Ezzelino come del Tiranno. 

La propaganda comunale e quella guelfa non trovano resistenze. Alla versione storiografica si sommano fonti orali e memorie locali che fanno di Ezzelino una figura stereotipata, demonizzata (in senso letterale) dai suoi avversari; l’eccezione che conferma la regola sono alcune testimonianze raccolte nel Pedemonte-bassanese. 

Vi è infine un momento in cui la leggenda nera prevale su qualsiasi altra chiave interpretativa (Zabbia, 2001) e ciò avviene con l’Ecerinide, opera di Albertino Mussato, composta nel 1315. Questa racconta un dominio di Ezzelino su Padova caratterizzato da nefandezze, crimini e soprusi. Mussato riprende non solo le tematiche presenti nelle cronache del periodo ma anche leggende popolari e formule propagandistiche trasfigurando il da Romano nel figlio di Satana o nell’Anticristo. Poco importa se Ezzelino è un’allegoria dietro cui rappresentare le mire espansionistiche di Cangrande della Scala e lo scopo dichiarato di Mussato è la reazione padovana alle mire espansionistiche scaligere. Oltre al suo significato l’opera è aiutata nella divulgazione dal suo valore oggettivo: è considerata la prima tragedia in latino di epoca moderna, una delle opere che inaugurano l’umanesimo italiano, la prima nel suo genere a recuperare il metro classico dopo l’antichità.

È in questo contesto che avviene però una prima reazione, una nuova presa di posizione che coinvolge Dante Alighieri che invece è un protégé di Cangrande della Scala a cui sembrerebbe dedicare, nella dibattuta Epistola XIII, lo stesso Paradiso. Dante cerca una riabilitazione tardiva della famiglia da Romano raccontando l’incontro con Cunizza in Paradiso, nel cielo di Venere dove risiedono gli spiriti amanti (Cracco, 2016); la sorella di Ezzelino non sembra aver avuto una vita particolarmente esemplare (ricordiamo ad esempio il famoso rapimento da parte di Sordello) ma questo ne aumenta ancora di più il significato simbolico. È un segnale importante soprattutto nell’ottica medievale per cui i membri della famiglia valevano per la famiglia stessa. 

Ad ogni modo con Mussato avviene un passaggio fondamentale nella figura di Ezzelino, il più rappresentativo dei da Romano: viene meno la “patina” storiografica dei cronisti e comincia un nuovo filone mitico che si sovrappone alla figura storica e che sarà spesso ripreso da letterati di prim’ordine nel corso del Quattrocento-Cinquecento: nel Novellino di Masuccio Salernitano, da Matteo Maria Boiardo, da Lodovico Ariosto solo per citare i più noti (Gianola, 2001).

No Comments

Post A Comment