I Da Romano: fra storia e mito (parte quinta) - Il mito - Destra Brenta
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I Da Romano: fra storia e mito (parte quinta) – Il mito

1 Le radici

Le origini del mito ezzeliniano sono precoci e hanno il loro fondamento prima ancora della caduta del da Romano: già negli ultimi anni di vita è circondato infatti da una fama e da un odio straordinari. Come abbiamo ripetuto sin dall’inizio non possiamo partire dallo scontro fra categorie pars imperii e pars ecclesiae: da un lato perché Ezzelino è sempre un ghibellino sui generis troppo autonomo, troppo fuori dagli schemi; dall’altro l’efficacia della macchina da guerra propagandistica guelfa avrebbe raggiunto, da lì a poco, un’efficacia straordinaria che travalica il dato storico per entrare in quello mitico e teologico. 

Nonostante queste storpiature il punto di avvio di una costruzione mitografica (condivisa dalla storiografia) non possono che essere le Cronache e queste trovano nei documenti papali la veemenza delle immagini che costruiscono il ritratto di Ezzelino. Principale protagonista della condanna del da Romano è quindi la Chiesa, certamente “aiutata” dal comportamento di Ezzelino, avversario capace di progetti politici, di azioni, di asprezze fuori dall’ordinario. La Chiesa inoltre è l’istituzione che, più di tutte, ha autorità morale e gli strumenti per portare avanti un tale processo.

Veniamo ai fatti: sono i papi a portare avanti questa progettualità, in particolare Innocenzo IV e Alessandro IV i quali definiscono Ezzelino “nemico di Dio e della Chiesa”, “nemico della virtù e persecutore della fede”, accusandolo di dare sostegno all’eresia (tematica non suffragata da prove dirette e che sarebbe interessante approfondire). È un crescendo che raggiunge l’apogeo nel 1254 con le parole della scomunica: “uomo inumano più di chiunque altro”, “spirito bestiale”, Ezzelino viene descritto con una crudeltà che arriva al sovrumano; si intravede un filone che avrà futura fortuna: la nascita fuori dal comune “aspidis surdidissime filius” dove il serpente è la figura primordiale del demonio.

In seguito a fare da cassa di risonanza saranno gli ordini mendicanti, schierati in prima linea contro l’eresia ma anche contro i nemici politici della Chiesa; ben noto il confronto di Salimbene da Adam: “se in quegli anni Cristo volle a sua immagine Francesco, il demonio volle Ezzelino”. Le religiones novae hanno un peso anche dal punto di vista della produzione storiografica; da subito riescono ad inserirsi nel mondo universitario “determinando” il mondo culturale. 

Ad aiutare la circolazione della leggenda sono poi le condizioni politiche generali: Venezia vivamente preoccupata per le dimensioni e l’autonomia del dominio ezzeliniano nell’entroterra cerca di fomentarla; al contrario l’Impero, soprattutto con la morte di Federico II, è fortemente indebolito. Potremmo definire la morte dello Stupor mundi come un momento periodizzante: finisce la “serie” degli Imperatori (non quella dei Papi). Il fronte imperiale è in forte difficoltà oltre che sul campo militare anche su quello propagandistico. Tuttavia è interessante evidenziare come un processo di demonizzazione viene tentato anche verso Federico II ma, per la dimensione del personaggio e per le simpatie che riesce ancora a catalizzare, non raggiuge mai i picchi e l’unanimità che si ha con il da Romano. Salimbene da Adam è esplicito: “Si deve sapere che Federico non fu crudele come Ezzelino da Romano”.

2 L’avvocato del diavolo

Ezzelino, ancora in vita, non è in grado di opporsi a questi processi per diversi motivi: per la divisione che subisce il fronte ghibellino dopo la morte di Federico II, perché oggettivamente non ha gli strumenti per poterlo fare (ed effettivamente non ci riuscì), ma anche perché la mitopoiesi che cerca di costruire, ancorata su un’inflessibile giustizia contrapposta alla libertà anarchica dei comuni, è valida solo fino a quando lui rappresenta questa autorità. Nelle mani degli avversari questa inflessibile giustizia si manifesterà nella dura sorte destinata ad Alberico e alla sua famiglia. 

Oltre a presentarsi come un defensor pacis a modo suo, Ezzelino cerca di muoversi nel piano della comunicazione politica come il campione dell’antica nobiltà fondiaria: da un lato ponendosi come tutore della giustizia dall’altro con la prassi di ospitare trovatori alla propria corte (Zabbia 2001). Entrambi questi due aspetti saranno deformate dalla propaganda avversa: da un lato presentandolo come il Tiranno, dall’altro come un vizioso.

Per dare forza alle proprie rivendicazioni di potere il da Romano si affidò anche a spettacolari rappresaglie che non si possono negare ma che sono state spesso deformante e ampliate dalla propaganda: ad esempio quando si parla dell’eccidio di 11.000 padovani viene facilmente alla memoria le 11.000 martiri compagne di Sant’Orsola. Con questo non possiamo negare un sistema che faceva largo ricorso a metodi repressivi ma allo stesso tempo ricordiamo come il Duecento è un’epoca particolarmente guerresca e violenta e con una figura metaforica, possiamo dire che Ezzelino per dominare il suo tempo cercò di essere ancora più duro.

Il silenzio viene imposto anche ai testi letterari trobadorici e cortesi nonostante l’interesse e gli aiuti che i da Romano hanno sempre prodigato anche a personaggi di prim’ordine. Assume un tono simbolico una frase del Chronicon “tunc siluerunt omnia musica instrumenta et amatorie cantilene” (Peron, 1992) quasi per paradosso, oltre a concludersi un’esperienza politico-culturale, finisce la Marca “gioiosa”. 

3 Sviluppi

La rapida e cruenta estinzione della famiglia, la damnatio memoriae, l’impossibilità dei da Romano di contrapporre un’adeguata risposta, l’assenza di avvocati difensori porta ad una facile condanna politica, religiosa, morale che si estremizza passando dal piano concreto a quello del mito. Non si registrano giudizi positivi e, se ci sono, vengono prontamente silenziati. Il fronte guelfo dopo aver nettamente vinto nel campo politico-militare vuole traslare questa vittoria in quello simbolico.

Come abbiamo evidenziato viviamo anche un momento storiografico particolare tra Duecento e Trecento: la cronachistica è caratterizzata dalle cronache municipali, questi testi, che ricostruiscono le vicende cittadine sono fortemente legati alle realtà comunali; anche gli autori, spesso sono notai legati al potere comunale oppure ecclesiastici interessati a tutelare la pars Ecclesiae. Ezzelino viene quindi coinvolto in questo momento di passaggio, ed in entrambi i casi risulta il perfetto antagonista sia perché è un sostenitore dell’impero sia perché si contrappone apertamente alle libertà cittadine. 

Zabbia (2001) inoltre evidenza una tendenza: i cronisti nei loro giudizi seguono maggiormente l’opinione pubblica dominante piuttosto che cercare il fatto storico, danno così vita ad un circolo vizioso che finisce per raccogliere e fomentare i messaggi partigiani anti-ezzeliniani.

Vi è inoltre una costatazione geografica da fare: fra le diverse città del dominio ezzeliniano, quella in cui i da Romano non riescono in nessun modo a radicarsi e che anzi da grossi problemi, è Padova. Questa inimicizia storica fra i da Romano e Padova (cosa da non sottovalutare soprattutto nel Medioevo) inizia ai tempi di Ezzelino II e porta alla distruzione di uno dei due feudi originari della casata (quello di Onara), prosegue con Ezzelino III che non riesce ad appoggiarsi o a creare una propria pars, la cerca ma senza fortuna nei populares. Padova e in particolare la sua Università, nata nel 1222 e che a breve diventa il centro culturale della regione, sono destinate a fornire i principali autori (pensiamo a Rolandino o all’anonimo monaco padovano) della damnatio memoriae attuata contro i da Romano. 

Questo processo raggiunge il culmine con Mussato che viene incoronato a Padova sommo storiografo e poeta, egli ha come scopo di opporsi politicamente e culturalmente a Cangrande ma che ha come effetto secondario la trasfigurazione di Ezzelino in un personaggio demoniaco. Ne esce un personaggio idealizzato, un’incarnazione del male e di un male “teologizzato” (non potrebbe essere diversamente nel Medioevo), destinato, nonostante vittorie apparenti, ad essere sconfitto. 

4 Cesura

Come abbiamo visto le prime cronache avevano già difficoltà a ricostruire e interpretare un fatto storico che in breve assumeva una dimensione mitica; gli autori e i loro scritti subivano passivamente il forte condizionamento di quelle forze che avevano sconfitto i da Romano; infine con Mussato i toni e gli stereotipi della leggenda presero definitivamente il sopravvento condizionando l’interpretazione storica ma anche tutte le manifestazioni culturali sia ad un livello colto che a quello popolare.

Questo processo dura diversi secoli, almeno fino al lavoro del Verci che cerca di riportare Ezzelino ad una dimensione “freddamente” storiografica pulita dalle incrostazioni mitiche, cercando di abbandonare preconcetti e modelli interpretativi obsoleti. 

Infine è con il Brentari che viene affrontato apertamente e direttamente tutto l’apparato leggendario e mitico legato alle tradizioni popolari e alla fantasia letteraria. Questi studi sono le basi su cui si muoveranno gli studiosi contemporanei.

5 Oggi

Abbiamo già parlato per sommi capi della storiografia contemporanea che ha come soggetto i da Romano ma è ora il momento di passarla nuovamente in rassegna sotto questa nuova ottica: il confronto fra storia e mito.

Gli Studi Ezzeliniani hanno l’enorme merito di affrontare il tema dei da Romano in maniera organica con ottiche diverse e complementari: vi è un’ipotesi interpretativa generale e si mettono in luce gli eccessi delle cronache, comincia un fecondo processo di riabilitazione. In questa ottica uno dei contributi più interessanti del convegno è quello dell’Arnaldi: lo storico fornisce una revisione generale della cronachistica della Marca approfondendo periodo, società, autori e committenti. Più preciso il contributo del Toschi che affronta la storia della leggenda, introduce questo nuovo filone di studi e ne applica le regole alla figura di Ezzelino. Tralasciando i simbolismi che vengono affrontati (dal figlio del diavolo, al trasferimento-sovrapposizione con Attila: le undicimila vergini di santa Orsola, il Flagellum Dei, o il Malleus Orbis, …), quello che ci interessa è la valutazione della “cultura bassa” che è molto meno severa del giudizio storico: ne esce un Ezzelino nobile, abile guerriero, figura altera ma anche scaltra e furba. 

Nella storiografia, in generale, il contributo delle scienze umane si fa sempre più incisivo, prendendo spazi sempre maggiori soprattutto per quanto riguarda la storia delle tradizioni popolari; la cosa diventa evidente nei contributi del secondo convegno del 1989 (Nuovi Studi Ezzeliniani). È l’occasione di una ripresa dei molti argomenti che vedono protagonista Ezzelino III e la famiglia dei da Romano: storia politica, religiosa, economica, culturale, militare, delle tradizioni popolari, acquisisce maggior peso un’ottica antropologica e sociale che affronta la leggenda nera e che evidenzia anche il consenso ottenuto dai da Romano principalmente nelle loro terre d’elezione (Ortalli, 1963). Se con gli studi della Fasoli si può parlare di “storiografia ezzeliniana” come tematica autonoma, con gli studi curati da Cracco e soprattutto grazie ad Ortalli prende forma un’ulteriore sottocategoria, quella della storia della mitografia ezzeliniana.  

Nell’ultima raccolta di studi che segue la mostra tenutasi a Bassano nel 2001-2002 gli scritti tendono a specializzarsi e ascendere nel particolare; diventa più difficile cercare una visione d’insieme che faccia sintesi dei diversi contributi. In particolare, oltre ai saggi di Ortalli, diventa interessante il contributo etnografico della Tadini a dimostrazione che non possiamo più parlare di una sottocategoria ma proprio di una materia a parte che ha come base la storia ma usa gli strumenti dell’antropologia, dell’etnografia. 

Lo studio della Tadini, eseguito trai il 1991 e il 1992 nella Pedemontana trevigiano-bassanese (San Zenone degli Ezzelini, Mussolente, Romano d’Ezzelino e Bassano del Grappa), rileva come il mondo dell’immaginario comune è ancora fortemente legato alla leggenda orale ezzeliniana. Dopo un secolo hanno ancora valore le riflessioni del Brentari: oggi il mito è ancora presente e vitale, cambiato, modificato, anche arricchito con motivi nuovi (come è tipico del genere); in particolare la diversità rispecchia l’andamento dei processi mentali collettivi: forte riduzione del demoniaco e una certa storicizzazione che diminuisce gli aspetti più grotteschi o fantastici. Negli anni Novanta Ezzelino è diventato espressione del conflitto contadini e proprietari, persiste nelle credenze su esseri fantastici, si manifesta nell’identificazione con lo straniero invasore (in particolare il tedesco per i fatti legati al Risorgimento e alle guerre mondiale); infine si evidenzia come il da Romano continui a conferire una particolare identità comunitaria locale assumendo quindi accezioni positive.

È interessante evidenziare l’autonomia del pensiero popolare nei confronti di quello accademico: più il giudizio sui da Romano si allontana dalle considerazioni storico “scientifiche” più è ripensato in maniera positiva.

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