"GUERRA SPIRITUALE” NELLA REPUBBLICA VENETA DEL CINQUECENTO - seconda parte - INTRANSIGENZA - Destra Brenta
586
post-template-default,single,single-post,postid-586,single-format-standard,qode-quick-links-1.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,footer_responsive_adv,qode-theme-ver-11.2,qode-theme-bridge,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
Destra Brenta - associazione culturale - Bassano del Grappa - " GUERRA SPIRITUALE ” NELLA REPUBBLICA VENETA DEL CINQUECENTO - prima parte - INTRANSIGENZA

“GUERRA SPIRITUALE” NELLA REPUBBLICA VENETA DEL CINQUECENTO – seconda parte – INTRANSIGENZA

3. LA FASE DELLA GRANDE DIFFUSIONE (1542-1555)

3.1 Quadro generale: la svolta degli anni Quaranta

Con papa Paolo III (1534-1549) sembrò che le esigenze della riforma trovassero una certa rappresentanza ai vertici della stessa Chiesa romana. Vennero promossi al cardinalato alcuni assertori della riforma come G. Contarini e R. Pole; venne istituita il Consilium de emendanda Ecclesia (1536-1537) sotto la guida del Contarini con lo scopo di rimuovere gli abusi esistenti. Il Contarini sarà protagonista, come legato apostolico, anche negli accordi di Ratisbona del 1541 in cui si arrivò ad un’intesa fra una delegazione cattolica e una protestante, guidata da Melantone e Bucero; fu un accordo momentaneo perché sconfessato sia da Lutero che da Roma. Nel maggio 1542 venne convocato il concilio che però comincerà solo nel 1545 e sarà presieduto da due “spirituali” Pole e Morone. Nel luglio 1542 con la costituzione Licet ab initio, fu istituita l’Inquisizione romana, ossia la Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del santo Offizio.

In realtà nel breve periodo di tempo tra il 1541 e il 1542 la linea ufficiale della chiesa si andò formalizzando non senza conflitti: da una parte crebbe il peso delle istanze intransigenti incarnate dal Carafa, dall’altro subì un ridimensionamento il peso degli “spirituali” come Pole, Morone, Contarini. Il Sant’Offizio e il concilio furono strumenti messi a disposizione dal Papa alla Chiesa, fu il partito “intransigente” a capirne le potenzialità e ad utilizzarli.

Il concilio di Trento eserciterà “la funzione di grande spartiacque. La politica di riunificazione mostrò la sua impraticabilità; l’identità delle chiese andò precisandosi in modo rigido, all’esterno e all’interno, con divaricazioni nette e irreversibili”. 

3.2 Venezia negli anni Quaranta

La base sociale del movimento riformatore in Italia si allargò notevolmente negli anni ‘40; inoltre fu questo il periodo di maggior diffusione dei libri eterodossi in Italia, pubblicati nella maggior parte a Venezia o Ginevra, proprio nella città lagunare vi era un ricco e libero mercato. Nonostante questi dati preoccupanti a Venezia i processi inquisitoriali dei primi anni ’40 furono pochissimi. Nel suo insieme la situazione religiosa nella città lagunare sembrava complicarsi: aumentava il numero di coloro che auspicavano un rinnovamento anche fra i patrizi, sia fra coloro impegnati in incarichi politici sia fra gli ecclesiastici. 

E’ in questi anni che il movimento riformatore cercò di arrivare ad una realizzazione concreta delle nuove idee religiose nella Repubblica: per ottenere questo era necessario un sostegno politico. 

I tentativi protestanti si articolarono in due diverse modalità: una più politica, l’altra più ecclesiastica. Nel primo caso si cercò di spostare il posizionamento della Repubblica nello scacchiere internazionale verso la Lega di Smalcalda e l’Inghilterra, tentativo portato avanti dall’ambasciatore inglese Baldassarre Altieri. Nel secondo caso si esortò alla riforma il neo-eletto doge Francesco Donà (in carica 1545-1553), suggerendogli di sostituirsi alle autorità ecclesiastiche refrattarie al cambiamento e quindi di ravvivare il ruolo “supplente” della Chiesa veneziana, questo tentativo fu portato avanti dal vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio.

3.3 1547: l’anno della svolta

A risolvere gli eventuali dubbi sulla politica estera della Repubblica fu la battaglia di Mühlberg (maggio 1547), la disfatta della Lega di Smalcalda e i fermi richiami della diplomazia asburgica eliminarono ogni velleità di cambiamento del posizionamento internazionale veneziano.

Più complicato fu invece il confronto politico-ecclesiastico interno. Il crescere dell’attività inquisitoriale entrò in contrasto con lo spirito di indipendenza della Repubblica. Venezia era intenzionata a salvaguardare la sovranità sui propri sudditi e ad evitare ripercussioni sul piano economico, commerciale, diplomatico.

Questa disposizione si tradusse nell’istituzione della magistratura dei Tre Savi sopra l’eresia (maggio 1547) composta da membri del patriziato e con lo scopo di affiancare, volens nolens, l’attività ecclesiastica di cui facevano parte l’Inquisitore di nomina papale, il Nunzio apostolico e il Patriarca di Venezia. La composizione ecclesiastico-governativa dell’attività inquisitoriale a Venezia ebbe da subito un “carattere misto”, accogliendo le istanze giurisdizionaliste del governo veneziano.

La collaborazione di queste due diverse anime fu nel suo insieme fattiva e non si verificarono rotture; in generale gli intenti veneziano furono di temperare lo zelo nella difesa dell’ortodossia e la difesa della propria élite intellettuale e politica. 

Ne ricevettero beneficio soprattutto patrizi e vescovi che si erano avvicinati alle istanze riformiste. Fra i casi più noti ricordiamo: il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio, a cui fu dato il tempo di mettersi in salvo prima dell’arresto; il Patriarca di Aquileia Giovani Grimani per cui addirittura la Repubblica chiese più volte il berretto cardinalizio senza ottenerlo; il vescovo di Bergamo Vittore Soranzo a favore del quale la Repubblica si spese nelle complesse vicende giudiziari. 

Furono invece sfavoriti i membri troppo zelanti dell’Inquisizione; per citare i casi più importanti ricordiamo l’allontanamento dai territori della Repubblica del domenicano Michele Ghislieri, futuro Pio V e del francescano Felice Peretti, futuro Sisto V. 

Un esempio indicativo dell’unità d’intenti ma delle divergenze che si manifestarono lo riscontriamo nelle esecuzioni capitali. La Serenissima non si rifiutò di prestare il braccio secolare ma, mentre la Santa Sede volle punizioni pubbliche che fossero da monito per tutti, la Repubblica preferiva l’isolamento e l’esecuzione segreta (per annegamento di notte nella laguna) sia per non dar pubblicità agli eretici sia perché lo considerava un’onta per la città.

Negli anni ‘40 la repressione cominciò a funzionare piuttosto lentamente e spesso in modo bonario dopo il 1547 vi fu un capovolgimento di attitudine: se prima la predicazione era l’aspetto principale, lasciando l’attività inquisitoriale in secondo piano, ora aumentava di intensità l’attività inquisitoriale passando in secondo piano quella pastorale. Il salto di qualità nell’attività ecclesiastica si riscontra con l’arrivo del nuovo nunzio Giovanni Dalla Casa il quale aumentò il livello di controllo dell’opinione pubblica sia incrementando l’attività inquisitoriale sia redigendo un Indice dei libri proibiti per i territori della Repubblica  (1549).

Riscontriamo anche nel controllo della stampa differenti accenti fra autorità inquisitoriali e statali nella Repubblica. La stampa eterodossa era uno dei canali più rilevanti per la diffusione di dottrine della Riforma ma allo stesso tempo una delle attività più importanti e prestigiose della città. In un primo tempo le autorità governative sostenettero il ritiro di libri “contra le fede catholica” e il Catalogo del Dalla Casa, poi fecero un passo indietro revocandone la validità e preferendo affrontare le singole infrazioni piuttosto che danneggiare in modo programmatico il mondo editoriale.

3.4 La Riforma radicale nella Repubblica

Fra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 si sviluppò nei territori della Repubblica di Venezia, caso unico in un paese latino, la riforma radicale (anabattista e antitrinitaria). Difficile ricostruirne le origini, forse nell’ambiente universitario padovano o forse dovuto ad esuli provenienti dal Trentino, regione marginalmente interessata dalle rivolte contadina. Ad ogni modo il governo non ebbe alcun dubbio nello stroncare immediatamente e risolutamente il movimento; la repressione ebbe il via dopo la delazione di un pentito, l’ex-sacerdote e vescovo anabattista Pietro Manelfi e portò a diverse condanne a morte. La riforma radicale, a differenza della riforma magisteriale (luteranesimo, zwinglismo, calvinismo), propugnava non solo una riforma religiosa ma un radicale cambiamento della società che fu percepito dallo Stato in maniera più problematica e risolto in maniera più decisa.

4. LA FASE DELLE CONVENTICOLE (1555-1572)

4.1 Quadro generale: il trionfo dell’intransigenza

L’aumento del peso dell’ala intransigente mostrò i primi risultati nel conclave che seguì la morte del papa Farnese nel 1549-1550. Gli “spirituali” vantarono ancora una presenza importante all’interno del collegio cardinalizio e sostennero la candidatura di Pole, rinforzato anche dall’appoggio imperiale. Il lungo e combattuto conclave si concluse invece con l’elezione di Giulio III grazie al ruolo determinante del Sant’Ufficio che mosse accuse di eresia al Pole. Con il nuovo pontificato la linea intransigente prese definitivamente il sopravvento. Le accuse di eresia ebbero un peso fondamentale anche nel conclave del 1555 il quale si concluse con l’elezione di un esponente di spicco dell’ala intransigente: Paolo IV al secolo Gian Pietro Carafa. 

Nel 1563 si concluse il concilio di Trento; questi trasmetteva un forte segnale di cambiamento, esaltando il ruolo del papato. Era l’inizio di un forte slancio missionario a livello europeo e mondiale che cominciava alla fine del Cinquecento e proseguì lungo tutto il Seicento. Nei confronti del protestantesimo il papato affiancava alla pars destruens, caratterizzata dal tentativo di controllo delle coscienze (Inquisizione e Indice dei libri), un’importante pars costruens che era la riforma tridentina.

I pontificati degli “inquisitori” Paolo IV e Pio V accentuarono la linea intransigente romana non lasciando più spazio a confronti. La repressione del dissenso aumentò di intensità sia attraverso l’utilizzo della confessione sacramentale, non violandone il segreto ma obbligando per l’assoluzione a denunciare i complici nell’eresia, sia colpendo lo stesso Sacro Collegio con il processo ad una figura rappresentativa come Morone (1557) e a numerosi altri vescovi. Per quanto riguarda il dominio veneziano il patriarca di Aquileia Giovanni Grimani fu chiamato a giustificare le proprie idee al concilio di Trento nel 1563.

4.2 Il culmine della “guerra religiosa” nella Repubblica

Nonostante l’attività inquisitoriale (indicativo della sua iniziale lentezza), il movimento protestante veneziano arrivò alla sua maturità negli anni sessanta. Caratterizzato da una fisionomia sociale composita, organizzato in piccoli gruppi e dotato di un sistema di mutuo soccorso, riuscì per un certo periodo ad uscire dalla clandestinità a dimostrazione sia di una certa forza numerica sia della convinzione nelle idee manifestate. 

Il momento in cui le idee protestanti cominciarono a manifestarsi apertamente fu anche l’inizio della fine. L’aumento dell’intervento inquisitoriale non fu solo quantitativo ma ben presto anche qualitativo poiché cominciò a coinvolgere alcuni patrizi. Gli accertamenti non furono molti e non andarono nemmeno troppo in profondità sostanzialmente perché non ce ne fu bisogno: tutti gli interessati si erano mantenuti fermi a respingere ogni addebito; anche se ci furono simpatie per la Riforma nessuno era disposto a rischiare per essa. Un caso a parte fu quello di Andrea da Ponte fratello del futuro doge Nicolò: dovendo scegliere fra il processo e l’abiura, decise di riparare a Ginevra (1560).

Questi processi erano il segno del notevole cambiamento avvenuto nel clima religioso della Repubblica, ora l’Inquisizione arrivò, più o meno indisturbata, ad interessarsi del ceto di governo. Anche a Venezia l’eresia venne percepita come un pericolo per la stabilità dello Stato e il governo seppur cercando di controllarla partecipò attivamente alla repressione. 

5. LA FASE DEGLI INDIVIDUI ISOLATI (1572-1585)

Gli anni del pontificato di Gregorio XIII (1572/1585) dimostrano come ormai il vertice papale fosse ormai profondamente influenzato dalla dottrina intransigente: la lotta all’eresia, sotto la guida del Sant’Ufficio, era l’obiettivo primario della Chiesa cattolica, arrivando ad influenzare i rapporti con gli Stati e gli stessi pontefici.

A Venezia dagli anni ’70 diminuirono i processi legati al protestantesimo e aumentarono invece quelli per magia e stregoneria oppure verso ebrei e musulmani. La repressione raggiunse il suo scopo. Ai riformati italiani non restarono che due possibilità o l’assumere comportamenti dissimulatori e nicodemici o l’espatrio all’estero.

CONCLUSIONE

Ad inizio Cinquecento la Chiesa sentì ancora viva la necessità di una Riforma, in capite et membris; l’attenzione del papato era rivolta da un lato al rafforzamento della centralizzazione romana dall’altro al contrasto dell’opzione conciliarista. Questo portò a sottovalutare la predicazione di Lutero che grazie ad un terreno reso fertile dall’umanesimo, alle nuove possibilità che dava la stampa e, soprattutto alla peculiare situazione sociale e politica centro-europea, riuscì a mettere radici. Il momento centrale della riforma protestante sarà l’adesione delle élite politiche.

La Repubblica di Venezia, forte della sua plurisecolare identità religiosa e politica, non prese mai in considerazione seriamente un passaggio al campo protestante e ciononostante negli anni trenta e negli anni quaranta cercò di dare quest’idea per sfruttarla ai fini della sua politica internazionale contro gli Asburgo e contro il papato, interessato in questo momento storico più alla propria sfera di influenza temporale che spirituale. Possiamo fare un paragone con l’atteggiamento tenuto con i turchi: vi furono tregue e accordi, spesso criticati dalle corti europee e da Roma, ma senza che la Repubblica prendesse mai seriamente in considerazione un’”empia alleanza”. 

Quanto detto, ovvero la ricerca di una via mediana fra ideale religioso e ragione di Stato, valse ancor di più per la politica interna. L’interesse di Venezia era di mantenere da un lato la fedeltà alla religione di sempre e dall’altra di fare in modo che il peso di Roma non arrivasse a sminuire le proprie libertà; lo stesso principio che ad inizio Cinquecento limitò il potere politico dei “papalisti” (senza escluderli) portò alla creazione della magistratura dei Tre Savi sopra l’eresia e alla gestione “mista” dell’Inquisizione. 

Un esempio che troviamo indicativo della gestione “pragmatica” da parte veneziana del protestantesimo fu la gestione della Riforma radicale: nel momento in cui le istanze riformiste intesero coinvolgere direttamente lo Stato, lo Stato si difese con il massimo della forza. La stessa attitudine fu tenuta nei confronti del patriziato anche se non vi fu il bisogno di arrivare a certi eccessi.

Nonostante questa prudenza, il divaricarsi delle posizione fra Venezia e Roma era destinato ad aumentare arrivando ad inizio Seicento al momento di massima tensione nel confronto fra “giovani” e i “vecchi”, con la crisi dell’Interdetto e la polemica del Sarpi. Ormai però il processo di confessionalizzazione e di uniformizzazione religiosa era troppo avanzato per poter mettere in discussione la religione tradizionale.

 

 

_______________________________________

 

  1.  Paola Vismara, Il cattolicesimo dalla riforma cattolica all’assolutismo illuminato, in Storia del Cristianesimo, III. L’età moderna, a cura di G. Filoramo, D. Menozzi, Roma-Bari, Laterza, 2008, pag 162
  2.  Andrea del Col, op.cit. pag. 303.
  3.  Andrea del Col, op.cit. pag. 345.
  4.  Silvana Seidel Menchi, Protestantesimo a Venezia in La Chiesa di Venezia tra Riforma protestante e Riforma cattolica, a cura di G. Gullino, Edizioni Studium Cattolico Veneziani, Venezia 1990, pagg. 145
  5.  “Anche se l’attività processuale e dei rapporti tra autorità politica e Inquisizione non è completa e dettagliata, emergono con chiarezza alcuni aspetti di fondo: la repressione della Riforma venne avviata dalle autorità ecclesiastiche con l’appoggio sostanziale di quelle statali. Il governo della Repubblica agiva in prima persona attraverso disposizioni del Consiglio dei Dieci per difendere direttamente l’ortodossia religiosa e l’ordine sociale. Ciononostante non sempre il patriziato accettò le regole del Sant’Ufficio soprattutto quando vedevano toccati i diritti giurisdizionali dello Stato e gli interessi economici dei sudditi.” ANDREA DEL COL, L’Inquisizione in Italia, Mondadori, Milano, 2012, pag. 373
  6.  Sul carattere misto vedi Brian Pullan, Gli ebrei d’Europa e l’Inquisizione a Venezia dal 1550 al 1670, Roma, Il Veltro, 1985, pag. 51 e sgg. E’ d’accordo con questa definizione ma solo per gli anni quaranta Andrea Dal Col in , L’Inquisizione in Italia, Mondadori, Milano, 2012, pag. 343.
  7.   Il nunzio risultava nelle capitali europee il principale detentore delle istanze romane. Vedi anche BRIAN PULLAN, Gli ebrei d’Europa e l’Inquisizione a Venezia dal 1550 al 1670, Roma, Il Veltro, 1985, pag. 51 e sgg.
  8.  Andrea Del Col, op.cit. pagg. 353-354
  9.  Aldo Stella, La Riforma protestante in Storia di Venezia. Vol VI:  Dal Rinascimento al barocco, a cura di Gaetano Cozzi e Paolo Prodi, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana 1994, pagg. 349 e sgg.
  10.  Silvana Seidel Menchi, op.cit., pagg. 131-154.
  11.  Federica Ambrosini, Tendenze filoprotestanti nel patriziato veneziano  in La Chiesa di Venezia tra Riforma protestante e Riforma cattolica, a cura di G. Gullino, Edizioni Studium Cattolico Veneziani, Venezia 1990, pagg. 162-167
  12.  Due tendenze approfondite negli studi di CARLO GINZBURG, Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del ‘500, Einaudi, Torino 1970 e  DELIO CANTIMORI, Eretici italiani del Cinquecento, Einaudi, Torino, 2009.

 

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Stato, società e giustizia nella Repubblica veneta, sec. XV-XVIII, a cura di Gaetano Cozzi, Roma, Jouvence, 1981;
  • Ambiente veneziano, ambiente veneto: saggi su politica, società, cultura nella Repubblica di Venezia in età moderna, Gaetano Cozzi; Venezia, Marsilio, 1997;
  • Storia di Venezia. Vol VI:  Dal Rinascimento al barocco, a cura di Gaetano Cozzi e Paolo Prodi, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana 1994;
  • Storia d’Italia. Vol. 12. La Repubblica di Venezia dell’età moderna. A cura di Gaetano Cozzi e Michael Knapton, UTET, 1992;
  • Andrea Del Col, L’Inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Milano, Mondadori, 2006;
  • La Chiesa di Venezia tra riforma protestante e riforma cattolica, a cura di Giuseppe Gullino, Venezia, Edizioni Studium Cattolico Veneziano, 1990;
  • Storia del Cristianesimo. Vol. III. L’età moderna, a cura di Vincenzo Lavenia, Roma, Carrocci, 2015;
  • Gian Luca Potestà, Giovanni Vian, Storia del Cristianesimo, Milano, il Mulino, 2014;
  • Brian Pullan, Gli ebrei d’Europa e l’Inquisizione a Venezia dal 1550 al 1670, Roma, Il Veltro, 1985;
  • Daniele Santarelli, Eresia, riforma e inquisizione nella repubblica di Venezia nel Cinquecento in: Studi storici Luigi Simeoni, LVII, 2007, pag. 73-105; URL <halshs-00326278>;
  • I giudici della fede, a cura di Daniele Santarelli, Luca Al Sabbagh, Herman H. Schwedt, Domizia Weber, Firenze, Clori, 2017;
  • Marin Sanudo, I diarii, a cura di Federico Stefani, Guglielmo Berchet, Nicolò Barozzi, Venezia, Tip. Fratelli Visentini, 1890
  • LINK
  • Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, Einaudi, Torino 1974
  • LINK
  • Ludwig Von Pastor, Storia dei Papi, Desclee & C., Roma, 1931;
  • URL <http://asa.archiviostudiadriatici.it/islandora/search?type=dismax&f[0]=dc.creator%3A%22Pastor,%20Ludwig%20:%20von%22>;
  • La Storia. Vol. 7. Il Cinquecento: la nascita del mondo moderno, a cura di UTET Cultura, Edizioni la Repubblica, 2004.
No Comments

Post A Comment