Bassano subordinata a Venezia - Destra Brenta
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Destra Brenta - associazione culturale - Bassano del Grappa - Bassano Venezia

Bassano subordinata a Venezia

Negli ultimi tempi si parla di venti indipendentisti e autonomisti. In Spagna con il caso della Catalogna e in Italia per quanto concerne il Veneto. Nell’era del terzo millennio, dove si è informati su ciò che accade in giro per il mondo anche se non lo si vuole, ognuno di noi ha sicuramente sentito parlare e letto di indipendentismo catalano e autonomia veneta. Non v’è bisogno di essere laureati in una specifica disciplina per porsi una domanda semplice ed importante allo stesso tempo, che sicuramente ognuno di noi si è posto a riguardo: perché tutto ciò?
Fedele a ciò che dicevano alcuni dei nostri saggi antichi, ovvero che un buon politico dev’essere un buono storico e viceversa (in ordine cronologico Senofonte, Cicerone e Plutarco insegnano), cercherò di trovare le origini, seppur in maniera sintetica, che han fatto sì che nel 2017 la coscienza delle genti si sia come risvegliata e ribellata allo strapotere del centralismo e di conseguenza all’unionismo nazionale degli stati contemporanei.

Non mi addentrerò sulla questione catalana, bensì su quella veneta: il Referendum dei veneti, come lo ha definito il Presidente della Regione Luca Zaia, ha dato un segnale forte alla Roma laica dei governi tecnici e burocrati: quasi due milioni e mezzo di persone hanno votato per l’autonomia fiscale, schierandosi sotto l’egida del Gonfalone veneto, trasversalmente ai diktat dei partiti di destra, sinistra e centro. Un bel colpo per il governo del PD, che non può ignorare un tale risultato in vista delle nazionali del 2018. “Exemplo plus quam ratione vivimus”, ovvero viviamo più tramite esempi che tramite la ragione. E’ questo che i governi progressisti non riescono a capire: il loro governare in maniera vigliacca, irrazionale e di conseguenza innaturale, fa sì che le genti prendano esempio dal passato.

Ma ritorniamo al quesito che ci siamo posti all’inizio. A distanza di 220 anni dalla caduta della Serenissima, in quel triste giorno del maggio del 1797, quando l’ultimo Doge Ludovico Manin consegnò senza colpo sparare la Repubblica nelle mani di Napoleone, allora incarnante le idee progressiste giacobine (idee oggi dominanti), perché i veneti sentono ancora, anche in maniera quasi inconscia, questo sentimento di attaccamento a Venezia? Il perché è molto semplice: tutti i veneti, seppur non conoscendone la storia in maniera accademica, sanno cos’è stata la Serenissima. La sua storia la si respira in ogni posto del Veneto, attraverso le sue pietre, i suoi monumenti, i suoi edifici e i suoi leoni che dominano severi tutt’oggi le piazze delle nostre città. D’altronde, nonostante il tentativo dell’ideologia mondialista che impera nell’era contemporanea, di sradicare l’identità e la memoria dei popoli europei, non si possono dimenticare o cancellare facilmente 1100 anni di Repubblica. E i veneti della terraferma, non possono dimenticarsi quasi 400 anni di devota subordinazione alla dominante città lagunare. Nemmeno i bassanesi.

Siamo all’inizio del XV secolo. A Roma, sul soglio pontificio siede Bonifacio IX. E’ il terzo pontefice che risiede stabilmente nella città custode degli Apostoli Pietro e Paolo, dopo l’esilio di Avignone del secolo precedente, esilio finito grazie all’opera mediatrice di santa Caterina da Siena. Ma il pontefice dovette far fronte ad uno scisma della Chiesa, causato dall’elezione dei francesi dell’antipapa Clemente VII. Nel Regno di Napoli, Angioini ed Aragonesi si contendono la corona. Firenze è ancora un Comune, ma le sue istituzioni e le sue legislazioni sono ormai troppo antiquate per i tempi. Di lì a poco una famiglia di banchieri, i Medici, prenderanno il potere in città. Ma non mancheranno le innovazioni artistiche che la città fiorentina diede inizio. Infatti dei giovani Ghiberti e Donatello si contendono le maggiori commissioni indette delle Corporazioni: è l’inizio del Rinascimento artistico. A Costantinopoli, nell’ormai tenue impero Orientale circondato dai Turchi, regna Manuele II Paleologo: lui e i suoi discendenti, non riusciranno a trovare quell’intesa con i “latini” per salvare una delle capitali cristiane dalla conquista ottomana avvenuta nel 1453 a causa della diffidenza interna dei bizantini, aizzati dai patriarchi. Sul trono imperiale d’Occidente Roberto del Palatinato non badò molto alla sua missione temporale affidatagli da Dio di “defensor ecclesiae”. Bensì si preoccupava di accumulare bottino per rinsanare le casse imperiali: progettò una spedizione in Italia, piano andato poi disperso in quanto i Visconti erano troppo potenti per lui e Firenze rifiutò di appoggiarlo. A Milano, Gian Galeazzo Visconti morì nel 1402, lasciando l’eredità territoriale del Ducato al figlio Giovanni Maria, che non ebbe il carisma del padre nel saper mantenere i territori conquistati, territori che comprendevano anche Bassano.

Nel 1339 Bassano era sotto il potere dei Carraresi, potere terminato nel 1388: fino al 1404, la città fu inclusa nei territori ducali viscontei, lasciando una certa autonomia giurisdizionale alla città. Ne testimonia il fatto che Bassano, padrona del cosiddetto “covolo”, ovvero quei territori che comprendono la chiusa del Brenta, estese la sua giurisdizione sempre più a nord, in particolar modo nelle valli di Primolano e sul castello della Scala che la chiudeva ad Oriente. Si spinse addirittura verso il Trentino, fino ad avere ad una contesa con Feltre.
In quegli anni Venezia si fronteggiava con i Carraresi, famiglia rivale padovana che aveva preso Verona e stava assoggettandosi Vicenza. Nei decenni prima, la Signoria già dovette affrontare l’espansionismo Carrarese, sia per via diplomatica che militare, visto che miravano a minacciare gli interessi commerciali della Repubblica. Persino Caterina Visconti, moglie di Gian Galeazzo, si era recata a Venezia nel marzo del 1404 per convincere il Senato ad aderire alla lega, assieme al vescovo di Feltre Jacopo dal Verme, per eliminare definitivamente la minaccia dei da Carrara, in cambio dei territori di Bassano, Feltre e Cividale. I veneziani, capitanati dal Doge Michele Steno, in maniera molto astuta vollero rivelarsi libertà di azione a riguardo, visto e considerato che avevano già da tempo mire espansionistiche su questi territori. Ma gli eventi precipitarono nel giro di pochi mesi. Il 3 giugno dello stesso anno, il Doge mandò centinaia di balestrieri a Vicenza, onde evitare l’assoggettamento della città da parte di Francesco di Carrara. Questi si ritirò ripiegando a Verona, e nella città vicentina furono issate le bandiere di san Marco. Nella città scaligera, guelfa, avevano acclamato signore il carrarese, dandogli di conseguenza rifugio, in modo tale da riorganizzarsi per poi riprendere l’assedio a Vicenza. Venezia non poté tollerare un fatto del genere: in d’accordo con la duchessa Caterina, dietro corrispettivo si fece consegnare tutta la marca trevigiana dalla vedova milanese: ebbe così ufficialmente fine il dominio visconteo in Veneto. Assoggettatasi Treviso ed il suo contado, per Venezia fu facile subordinarsi le città circostanti: Belluno, Feltre e Bassano. Queste si consegnarono in maniera autonoma alla città lagunare. Da considerare che queste città erano di influenza ghibellina: non è da sottovalutare il fatto che anche questo fattore abbia inciso nel subordinarsi a Venezia, visto l’ antagonismo con i guelfi scaligeri. Comunque sia, il 10 giugno del 1404, Fregnano da Sesso, Capitano della guarnigione di Bassano, accolse nella città i soldati veneziani comandati da Antonio Bragadino. Questi portava con se una somma di 18 mila ducati da regalare alla città: i bassanesi, entusiasti, fecero sventolare i gonfaloni di San Marco nei propri balconi. Si dice che la prima bandiera raffigurante il leone di san Marco sventolò nella palazzina davanti il Ponte Vecchio, dove inizia l’attuale via Gamba. Ma passiamo ora ad alcuni dei patti della dedizione e il giuramento di fedeltà che i bassanesi riservarono a Venezia.

Ne riportiamo i più importanti:

  1.  I Bassanesi, dopo aver ottenuto licenza dalla duchessa Caterina, dichiaravano di voler essere “fidelissimos ac constantes servitores et subditos (…) Comunis Veneciarum.”
  2.  Venezia dovesse conservare, difendere e proteggere la terra di Bassano da qualunque altro signore o città, e liberarla da qualunque esercito nemico.
  3. Venezia dovesse conservare a Bassano la giurisdizione del mero e misto imperio in tutto il territorio bassanese, come pure tutti gli statuti e consuetudini di questo Comune.
  4. Che tutte le multe restassero a beneficio del Comune di Bassano.
  5. Che le campagne, prati ed altre proprietà del Comune di Bassano, ed i frutti di esse, dovessero restare ai Bassanesi.
  6. Che senza pagare dazio, i Bassanesi potessero esportare il loro bestiame ed i loro raccolti nelle terre già assoggettate alla Repubblica (Treviso e Vicenza).

 

Ho esposto sei dei quindici punti del trattato, trattato conservato nell’Archivio di Stato di Venezia. Essi sono, a mio avviso, i più interessanti per mettervi all’occorrente di una constatazione singolare e non del tutto scontata. L’informazione e la cultura dominante contemporanea, atea e progressita, che fanno della globalizzazione un baluardo della civiltà, in maniera faziosa per non dire perfida, mettono in risalto la presunta libertà delle città e delle genti che hanno acquisito –a detta loro- dopo l’abbattimento dell’ Ancien Regime, infangando il periodo antecedente alla Rivoluzione Francese, con le sue presunte condizione di schiavitù –sempre a detta loro- che le popolazioni erano costrette a subire per mano di governanti o forme di governo, descritti in maniera dispregiativa e lasciatemi dire con falsità storiche autentiche e assolute. Certamente anche prima del 1789 non v’era il paradiso in terra: povertà e soprusi sono sempre esistiti, come oggi d’altronde, ma quello che non veniva meno era il fondamento naturale in cui la società stessa era fondata. Siccome la storia è maestra di vita, si possono per caso paragonare alcuni dei punti riportati sopra alle politiche economiche liberiste che l’Unione Europea impone oggi agli stati aderenti, facendoli sempre di più impoverire? Certo, magari mi rinfaccerete che nel XV secolo c’erano prospettive diverse rispetto a quelle che ci sono oggi a cavallo dei due secoli. O che erano altri tempi. Imputazioni, queste, che sono inoppugnabili. Ciò che non cambia però è l’uomo. Come mai, allora, stiamo peggiorando invece che migliorare? Lascio a voi la risposta (Io ce l’avrei…).
Torniamo ad un altro aspetto fondamentale delle condizioni tra Bassano e Venezia, ovvero il mixtum et imperium. Bassano, come molte città lombarde e toscane, nell’essere inglobate nei nascenti stati regionali, ha sì dovuto sottomettersi alla dominante Venezia, ma ha salvato tutte le prerogative fiscali, amministrative e giurisdizionali sia nella città che nel suo contado. Alla fine di ogni anno, in cambio della protezione di Venezia, Bassano non le versava tributi, ma provvedeva, come tutte le altre città del Veneto, alle spese per il mantenimento del “Preatur ac Praefectus”, ovvero il governante inviato da Venezia con durata annuale, oltre a far fronte anche alle spese della milizia, sempre agli ordini di Venezia.
Venezia, come già faceva da qualche secolo nei possedimenti del suo Stado da Mar, inviava come appena detto, un Podestà ed un Capitano nelle città. Generalmente costoro erano scelti tra le più prestigiose famiglie patrizie. Il Podestà aveva compiti di amministrazione fiscale e giudiziaria, oltre che compiti di polizia. Il Capitano, com’è facile intuire, aveva esclusivamente compiti militari. A volte le cariche potevano essere concentrate su un unico Patrizio, specie nei piccoli centri, come accadde a Bassano. Difatti, il primo governante di Bassano, tale Francesco Bembo, era detto semplicemente “rector et gubernator”, ed il 2 agosto del 1404, nella sala del Palazzo comunale di Bassano, diede inizio ai lavori del Consiglio Comunale, facendo eleggere 32 consiglieri, per poi celebrare l’inizio di quest’era nella chiesa di san Francesco, con tanto di Te Deum. Il suo successore fu Andrea Zane, che assunse ufficialmente il titolo di Podestà e Capitano. Formalizzata l’annessione, Venezia mosse guerra al Carrarese, e di conseguenza Bassano contribuì mandando i propri soldati alla liberazione di Verona con la sua conseguente annessione. Il Carrarese fu ucciso. Il Veneto, ritornava unito come non lo era dai tempi di Augusto, quando nominò la X regione italica come “Venetia et Histria”.

Per concludere, questo Referendum ovviamente ha degli aspetti meramente materiali, che vertono su questioni monetarie, economiche e fiscali. Ma, come detto all’inizio di questo articolo, seppur inconsciamente i veneti (ed anche chi veneto non lo è seppur risiede stabilmente in questa regione), non possono non tener conto ed essere consapevoli della storia di questa terra, che come uno spettro vive e riecheggia in ogni parte del suo territorio. La tradizione non si può cancellare: il patrimonio di conoscenze e di esperienze che i padri trasmettono ancora tutt’oggi ai figli, assicura la continuità morale della vita di un popolo. Essa è il legame che unisce ciascuna generazione a quelle che la precedono.
Le future generazione, sapranno conservare questa virtù? La risposta è sì, a patto che ci governino persone degne e virtuose. Incominciando da Bassano.

 

BIBLIOGRAFIA
Ottone Brentari, Storia di Bassano e del suo territorio.
Giorgio Chittoloni, La formazione dello Stato Regionale e le istituzioni del suo contado.
Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone.

1Comment
  • marcello
    Posted at 11:19h, 24 Settembre Rispondi

    Sono contento di aver scoperto qussto blog

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