ANALISI CONSULTAZIONI EMILIA ROMAGNA - Destra Brenta
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ANALISI CONSULTAZIONI EMILIA ROMAGNA

Mi appresto a scrivere questo articolo per effettuare una umile riflessione in merito alle recenti consultazioni in Emilia Romagna, che hanno visto contrapposti gli schieramenti di centro destra e centro sinistra guidati rispettivamente da Lucia Borgonzoni e Stefano Bonaccini. Simone Benini, candidato per il M5S non ha mai fatto testo sin dall’inizio della campagna elettorale. È stato persino scaricato in maniera ignobile e vigliacca dal suo capo partito Luigi di Maio pochi giorni prima dell’esito del voto, quasi a lavarsene le mani. Questa è la triste parabola del M5S, da partito anticasta per poi divenire casta vera e propria, e finire al servizio della casta PD, ora è in quella fase del “si salvi chi può”. Non merita alcuna riflessione questo movimento politico creato dal caos e finito da dove è stato creato.  

A dirla sinceramente, visti gli exit pool e il risultato storico dell’Umbria pochi mesi prima, ci si aspettava una vittoria, seppur striminzita, del centro destra. Invece è arrivata la vittoria del centro sinistra, pur risicata, ma tanto basta per aggiudicarsi il governo della regione. Prima di soffermarmi sulle mie soggettive impressioni a priori, vorrei fare un excursus antropologico e storico sul perché in Emilia Romagna, dal dopo guerra ad oggi, governa la sinistra con tutto il suo vasto substrato culturale e sociale. Perché a vincere non è stato solo Bonaccini e il PD , ma tutto un intero mondo con una propria mentalità ben definita che affonda le proprie radici sin dal primissimo post unità d’Italia e che si è sempre di più radicato e “perfezionato”, facendo sì che familismo, istituzioni e ideologia combaciassero in un’unica cosa, non riconoscendosi nello stato centrale. Un fenomeno che comunque avvenne in tutta Italia. E questo, per chi legge queste righe, è affermato anche dal prof. Ernesto Galli dalla Loggia nel suo “Identità Nazionale”, dove afferma che dopo il 1870 la geografia italiana dello Stato e la geografia della società non si sono mai incontrate. Anzi. Ma la domanda da chiedersi è: perché in Emilia lo strapotere della sinistra è imperante e penetrato in quasi ogni settore della società? Le ragioni sono molteplici, ma cercherò di andare per gradi e sintesi. Caduto lo Stato Pontificio e inglobati i suoi territori nell’amministrazione statale del nuovo Stato rivoluzionario, di conseguenza si presero a modello le istituzioni delle municipalità napoleoniche in modo tale da dare una precisa amministrazione burocratica e statuale dell’intera penisola. Tutto questo sarebbe stata anche una cosa positiva se la classe dirigente liberale di allora non avesse avuto la malsana idea di creare uno stato fortemente centralizzato, cosa inaudita quanto irrazionale per un territorio come quello italiano, in cui il particolarismo è una peculiarità imprescindibile della nostra penisola. Così facendo è ovvio che le periferie vennero sempre più sacrificate, creando un vuoto insanabile con il centro. Fu così che nell’epoca post illuminista dove il Razionalismo, il Positivismo, il Liberalismo e quella emergente del Socialismo, causa assenza dello Stato fecero breccia nella gente (ricordiamo che le ideologie come le intendiamo noi oggi sono nate nel 1789). Perché? Perché ridotte al minimo potere le istituzioni ecclesiastiche (si ricordi la Legge Siccardi ad esempio i cui effetti si fecero sentire per decenni alla sua applicazione),  su cui la popolazione italiana vi si ritrovava pienamente per i più svariati motivi, soprattutto in territori che erano sotto la giurisdizione dello Stato Pontificio – come appunto l’Emilia), quel familismo citato poc’anzi non poteva andare disperdendosi di punto e in bianco. E non è un caso se il Socialismo trovò terreno fertile proprio in quella terra che fu tra le più cattoliche di sempre. Ora, non è oggetto del presente articolo concentrarsi sulla questione delle ideologie giacobine, dove Napoleone fu il vero esportatore in Italia durante la sua prima venuta: ma come afferma il prof. Massimo Viglione nel suo “Il destino dell’Italia”, da allora in poi non esisteranno più gli italiani cattolici del Regno Lombardo Veneto, del Regno borbonico e così via: esisteranno italiani socialisti, fascisti, conservatori, progressisti, clericali, anticlericali e via dicendo. Sulla crisi della Chiesa come istituzione e punto di riferimento, di aggregazione e di conforto per gli italiani, per cause e forze esterne attribuibili alle forze massoniche rivoluzionarie (anche se poi la stessa Chiesa ci penserà a darsi la mazzata finale nel Concilio Vaticano II), è sintomatico pensare che non fu un caso che proprio in Italia nacque il Fascismo ed è esistito il partito comunista più importante e potente al mondo dopo la Russia: proprio per questo bisogno degli italiani di trovare quel senso di credo, appartenenza, idealismo e clientelismo (caratteristica che piaccia o no insita a tutti noi italiani) nelle ideologie partitiche, avendo la Chiesa perso potere (una nota va puntualizzata: non si intende con questa comparazione mettere sullo stesso livello l’istituzione soprannaturale della Chiesa, con la sua funzione trascendentale per l’uomo in una normale società natuale, con qualsiasi ideologia). Così avvenne in Emilia e Romagna, terra che diede all’Italia moltissimi agitatori di sinistra. Pensiamo ai grandi socialisti e sindacalisti come  Andrea Costa, Camillo Prampolini, Nicola Bombacci, Pietro Nenni, Alciste de Ambris e Benito Mussolini, tanto per citarne alcuni. E senza indicare personalità politiche, pensiamo al genio di Giovannino Guareschi: il suo don Camillo e Peppone ambientato, non a caso, a Brescello. La popolazione in un primo momento sta quasi sempre con Peppone, leader del PCI locale, per poi finire sempre sotto l’energica guida spirituale rappresentata dal reverendo don Camillo, nemico giurato del Bolscevismo. I magnifici romanzi di Guareschi fanno capire come la popolazione, quella romagnola in questo caso, abbia avuto sempre bisogno di una “egida” in cui la comunità vi si riconoscesse, in questo caso rappresentata prima dalla falce e il martello e poi dalla Croce, a seconda delle circostanze. Romanzi a parte, ritorniamo a noi. Una rete politica, sindacalista e contadina che erano una cosa sola in Romagna: pensiamo alle Camere del Lavoro, ai sindacati appunto, alle cooperative dei braccianti e alle leghe contadine. Una organizzazione capillare e radicata in tutto il territorio con il suo clientelismo sfrenato, con una organizzazione che si può definire senza problemi para statale. E non è un caso se solo il fascismo agrario, guidato da uomini e capi dal calibro di Italo Balbo, Dino Grandi e Leandro Arpinati hanno inflitto un duro colpo a questo sistema, seppur con metodi prettamente militari (ricordiamo che comunque lo squadrismo agrario nacque come reazione alle violenze delle organizzazioni socialiste e proletarie indicate poc’anzi, organizzate anch’esse in modo militare). Ma dal dopo guerra in poi, la caduta del Fascismo e la conquista dell’egemonia politica e soprattutto culturale della sinistra, seguendo e applicando il piano gramsciano, ha fatto sì che quella capillarità e quel sistema venisse restaurato ancor con più forza, con tutte le “evoluzioni” che l’ideologia liberal – marxista richiede. Un fatto eclatante, senza andare indietro con il tempo, è la questione degli affidi di Bibbiano, dove le cooperative rosse hanno creato una vera e propria macchina burocratica del business sulla questione dell’affido dei minori, creando a tavolino situazioni al limite della fantascienza per far in modo che anime innocenti venissero strappate dal loro nucleo famigliare per gli interessi di persone e organizzazioni. Seppur non vi sono ancora state sentenze, significativi sono i 108 capi d’accusa emessi dagli organi inquirenti, nonostante l’establishment della sinistra continui a fare finta di nulla. Ma come mai il PD è riuscito ad ottenere un risultato significativo proprio in quel comune? Oltre al potere radicato che va oltre la sigla “PD”, la colpa ricade ai maggiori partiti di centro destra che, seppur giustamente hanno rivolto l’attenzione sin da subito sul caso Bibbiano, si sono altresì fossilizzati troppo su questa cittadina e non hanno analizzato la questione con una visione che richiedeva un’ampia veduta a 360 gradi, per quanto concerne il connubio tra cooperative e magistratura esteso a tutta la regione: il sottoscritto ha conosciuto avvocati che hanno lavorato in questo sistema, nel cercare di fare gli interessi di quelle famiglie a cui sono stati strappati i loro bambini da un giorno all’altro, i quali mi hanno detto testualmente “che è come oltrepassare un muro fatto di cemento armato”, oltre a sottolinearmi l’omertà imperante che si respira in pieno stile del più aspro e crudele regima Bolscevica. Sintomo che questa mentalità e applicazione viene da lontano e affonda le radici su una base ideologica granitica, con tutto l’appoggio di partiti e partitini e, ahimè, anche delle nuove istituzioni  ecclesiastiche. Bonaccini non ne ha sbagliata una: messo quasi da parte il PD, ne ha sfruttato solo il simbolo (che comunque è retaggio del PCI, ancora in voga in Emilia e Romagna), coinvolgendo il meno possibile i dirigenti nazionali, basando parte del suo consenso elettorale proprio su tutto quel sistema associativo, cooperativo, sindacale e “culturale” che gli ha permesso la vittoria. Nonostante ciò il risultato elettorale del centro destra lascia ben sperare: tralasciando Forza Italia che scomparirà sempre più (a meno che con confluisca con il partito di Renzi), Lega e Fratelli d’Italia non devono nella maniera più assoluta mollare la presa in questo frangente: ora serve partire dal particolare per arrivare all’universale, e quest’universale si chiamano elezioni regionali del 2025. Citofonare i vari tunisini non serve a nulla: tutto ciò rischia di tornare come un boomerang e di far passare iscritti e militanti di centro destra come coloro che sono  funzionali al sistema. Tra cinque anni la Lega non può pensare che i suoi pochi cavalli vincenti (Salvini appunto, per poi aggiungere Zaia e Molinari) possano fare miracoli in ogni campagna elettorale importante che si presenti (sempre che qualcuno non cada prima, visto il ciclo della politica). La Borgonzoni, che non a torto è stata accusata di essere stata oscurata troppe volte dall’ex Ministro dell’Interno, deve pensare a costruire e formare una futura base dirigente partendo dalla squadra “perdente” di tutto il centro destra, aggregando e informando, dando contenuti solidi ai semplici slogan. Soprattutto ora che Salvini si farà vedere ben poco in Emilia Romagna (come è giusto che sia d’altronde). Tutto ciò non può che avvenire facendo una solida formazione isituzionale – culturale. Dico istituzionale, perché abbiamo bisogno di più senso dello Stato e meno politica propagandistica. 

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