A morte la Storia? - Destra Brenta
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A morte la Storia?

Questi giorni di proteste globali scoppiate negli States e ben presto divampate anche da noi, ai confini della zona geopolitica americana, ci permettono di mettere alla luce lo stato sclerotico in cui si trova il nostro vecchio e spossato continente.

La causa iniziale è stato il fermo e l’omicidio di George Floyd, questo ha scatenato una prima ondata di proteste a sfondo razziale, fenomeno tipico non solo degli Stati Uniti ma di tutte le società multietniche. Quando parliamo di scontri etnici, soprattutto negli Usa, le dinamiche sono complesse e non necessariamente parliamo di bianchi contro neri; pochi ricordano che ad esempio nelle proteste di Los Angeles del ’92 gli scontri più feroci furono a Koreatown fra coreani e afroamericani.

Le proteste razziali di qualche giorno fa, monopolizzate dalla sigla BLM, hanno avuto la possibilità di innestarsi su altre criticità come ad esempio la crisi sanitaria dovuta al covid-19 oppure la campagna elettorale presidenziale fortemente polarizzata portata avanti dai democratici (e da alcuni repubblicani) contro Trump.

A questo dobbiamo aggiungere un ulteriore elemento a prima vista secondario cioè l’intenzione di Trump di mettere fuorilegge i gruppi antifa. Nelle proteste di piazza, soprattutto in Europa, questo è un elemento centrale, non tanto per il loro peso numerico bensì per l’aggressività che gli viene concessa dalle simpatie politiche, dalla copertura mediatica e dall’impunità giudiziaria.

In breve, e soprattutto nella sclerotica Europa, le proteste hanno assunto una connotazione più simbolica: l’odio per l’uomo bianco (con tanto di linciaggio di alcuni malcapitati silenziato dal mainstream) si tramuta nell’odio per i simboli dell’uomo bianco, le masse hanno cominciato ad accanirsi sulle statue.

Non è un processo originale, nell’Impero romano d’Oriente nel corso dell’VIII secolo l’iconoclastia ebbe un ruolo decisivo per il rafforzamento dello Stato o per venire a tempi più recenti la rimozione sistematica dei simboli del Ventennio o i vandalismi perpetrati dai fondamentalisti islamici (Isis e talebani), in maniera più sottile possiamo ricordare anche il modus operandi dei modernisti all’interno della Chiesa cattolica.

La novità non è tanto nell’abbattere dei simboli bensì nell’attacco indiscriminato e disordinato verso il passato: da Cristoforo Colombo a Indro Montanelli, da Carl Marx a Winston Churchill, da Giulio Cesare a Cadorna e questo solo per citarne alcuni perché in rete potete trovarne di tutto i gusti.

Si può restare basiti per l’ignoranza di certi comportamenti ma in realtà la prospettiva è “corretta”: la nostra storia, le nostre radici, il nostro passato, nel bene o nel male, ci permettono di essere ciò che siamo ”chi controlla il passato controlla il futuro”. L’attacco alla storia non è una novità, ricordiamo l’ultima mossa del ministro dell’istruzione Fedeli (governo Gentiloni, 2018) che eliminò la traccia di storia dall’esame di maturità. Attaccare la storia significa, in ultima analisi, attaccare l’identità di un gruppo umano; e un’identità debole significa maggior capacità di controllo.

La nostra epoca e il sistema che la regge -ma in realtà qualsiasi sistema- ha bisogno di un processo interno di unione e rafforzamento ma allo stesso tempo deve favorire la disgregazione nei confronti dei propri avversari (divide et impera). Questo processo accelera ma diventa meno lucido mano a mano che il potere sfugge di mano. Ecco noi crediamo e speriamo di essere a questo punto.

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