25 aprile: San Marco - Destra Brenta
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25 aprile: San Marco

Il 25 aprile è una data che funge da sparti acqua nell’Italia repubblicana: ogni anno si finisce in un turbine di polemiche a dir poco scellerate. Polemiche che lo scrivente, preso dal suo furore giovanile, seguiva  nel suo piccolo, contribuendo ad accrescerle perché fulminato sulla via delle ideologie e degli slogan. Ma poi si cresce, e crescendo si razionalizza meglio perché ci si informa, si studia e si cerca di effettuare una analisi che sia più possibile conforme all’obiettività, distaccandosi da quelle stesse ideologie che rappresentano una vera cancrena in questa Italia ideologica. Bisogna infatti ricercare le origini dello stato di cose attuali per capire qual è la verità storica. E così, oltre a farmi una idea ben precisa per quanto riguarda le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale che successivamente spiegherò brevemente, sono arrivato ad una conclusione per il 25 aprile: questa data è innanzitutto di San Marco Evangelista e di Venezia. I nostalgici che parteggiano per i fascisti e i partigiani fossilizzandosi su scudi e altarini ideologici meritano per quanto mi riguarda ogni compassione. Così come meritano compassione coloro i quali usano l’effige di San Marco credendo di essere una cosa a parte rispetto all’Italia e paventano utopistiche secessioni. 

Potevo comprendere quando a portare avanti la polemica erano i veri partigiani e i veri fascisti che vissero in prima persona quegli eventi. Personalmente ho sempre parteggiato per i vinti e per i più deboli, quindi la mia simpatia “storica” verte per i repubblichini, anche per ragioni legate al loro senso dell’onore e al loro forte ideale che li spinse ad arruolarsi nella RSI, pur sapendo di combattere una guerra persa già in partenza. In realtà lo stesso rispetto lo nutro per i partigiani che hanno combattuto per i loro ideali, pur non condividendoli nemmeno in minima parte. Ovviamente queste sono considerazioni di “tifo” da parte di chi è nato circa un cinquantennio dopo la conclusione di tali avvenimenti. Tale esternazione è equiparabile nel simpatizzare per i repubblicani o i popolari della Roma del I secolo a.C. , per i verdi o per gli azzurri nella Costantinopoli di Giustiniano o per i ghibellini o per i guelfi nell’Italia dei Comuni. Né più né meno, in quanto certe concezioni legate ai diktat dell’ideologia sono oramai inattuali e superate, special più a quasi un secolo di distanza da tali avvenimenti. Questa è l’umile considerazione di un semplice militante catalogabile alla cosiddetta area convenzionale di destra.

Ma visto che questo militante può farlo, è altrettanto giusto fare una considerazione da storico, trattando il tutto filosoficamente e partendo da dati di fatto. Renzo de Felice poco prima della sua morte poneva una questione ancora irrisolta circa la storiografia ufficiale della storia repubblicana. Lo storico massimo del Fascismo, notoriamente di sinistra -e quindi possiamo affermare che la sua ricerca con i suoi quesiti gli rendessero un certo onore per la sua obiettività di indagine- si domandava quando sarebbe stato possibile effettuare un dibattito costruttivo e sano in Italia circa la veridicità degli eventi riguardanti la guerra civile tra il 1945 e il 1943. L’eminente storico, inoltre, affermava che era impossibile e controproducente continuare ad ignorare – e infangare –  circa un milione di italiani che andarono a riempire le file della Repubblica Sociale, mettendoli ancora a distanza di decenni alla gogna della Storiografia ufficiosa (non ufficiale), tacciandoli a priori come l’incarnazione del male assoluto. Cosi come la storia dei partigiani tutti “belli e bravi” sta cominciando ad essere messa in discussione in maniera graduale (Giampaolo Pansa è uno dei tanti…). Che la Resistenza sia stata un evento storico di grande rilevanza nella storia dell’unità italiana nessuno potrà mai negarlo. Ma al contrario dell’ideologia, la Storia non si basa sulle certezze assolute, ma sulla verità dei fatti. Perché immediatamente dalla fine del conflitto si assistette in Italia ad una vulgata storiografica prepotentemente egemonica, edificatasi per mere ragioni ideologiche per far sì che si legittimasse la nuova democrazia con l’antifascismo, ideologia usata per scopi politici. Non che la destra sia esente da colpe quando affronta il problema: esistono i cosiddetti “reducisti” che, pur non avendo mai combattuto, contribuiscono da sempre a condensare le polemiche sul 25 aprile; c’è chi propone la canzone del Piave da cantare in questo giorno, dimostrando la sua totale ignoranza e malizia storica nel paragonare due eventi contrapposti sotto ogni piano; altri ancora propongono da qualche anno una ambigua pacificazione nazionale, e questo lo reputo un gesto a dir poco vigliacco perché mette in risalto il loro complesso di inferiorità verso tutto l’establishment di sinistra (da che mondo e mondo non si è mai chiesta la pace verso chi ha fatto di tutto per delegittimarti: semmai lo si combatte, con gli argomenti e le idee beninteso); infine v’è qualcun altro che si professa di destra mentre sventola il gonfalone di San Marco per poi cantare “Bella Ciao”. Tutto ciò è un obbrobrio, perché in ogni caso è proprio San Marco che passa inosservato e viene strumentalizzato. Ma questo ultimo esempio è in linea con il caos idealistico presente, perché l’inizio di tutto ciò ha un data, almeno per quanto riguarda l’Italia: 1796, l’anno della prima campagna napoleonica in terra italiana. 

Cosa c’entra Napoleone, vi domanderete? È storicamente accertato che la sua entrata in Italia segnò l’importazione della ideologia giacobina nota come madre di tutte le ideologie: da quel momento in poi esisteranno italiani di destra, di sinistra, di centro, comunisti, fascisti, clericali, monarchici e chi ne ha più ne metta. Con Napoleone comincia lo sfaldamento della Res Publica Christiana italiana per formare la Patria ideologica a discapito delle patrie italiane unite dalla fede cattolica. Ne consegue che la guerra civile del 43 – 45 è una logica conseguenza delle suddette ideologie. Perché è di una vera e propria guerra civile ciò di cui stiamo parlando: altro che Liberazione o Resistenza come vogliono farci credere nei manuali di storia, nei programmi televisivi o negli articoli. Quel biennio tragico ha visto circa quattro milioni di italiani che si scannarono l’uno contro l’altro, accecati dalle loro convinzioni ideologiche. Fascisti contro Antifascisti e nord contro sud, spartendosi anche gli eserciti stranieri. Non per niente tanti studiosi parlano di “morte della patria”, soprattutto all’indomani dell’8 settembre. Scrive Emilio Gentile: 

“Dopo dell’8 settembre lo Stato italiano fondato nel 1861 andò in frantumi. Se l’esercito e il capo dello Stato sono i massimi simboli di una nazione, nulla più dello spettacolo di un esercito allo sbando e di un capo dello Stato in fuga poteva dare agli italiani la percezione immediata e drammatica dello sfasciume della nazione, abbandonata in balia degli eserciti stranieri”. 

Ernesto Galli dalla Loggia dichiara: 

“La Repubblica non è mai riuscita a divenire una patria, e la democrazia non è mai riuscita a incontrarsi con la nazione”. 

Come dar torto a questo concetto. La “patria” dell’Italia repubblicana è assimilabile alla stessa Costituzione, da sempre usata come scudo e spada dall’ideologia di sinistra che si fonda sull’antifascismo, dunque una patria che sin dal principio non ha fatto altro che alimentari odi e divisioni. Senza contare il fatto che pur essendo una nazione sconfitta gli italiani del dopo guerra sono riusciti a far passare tale sconfitta come un atto eroico e dovuto (sic!). Non importa poi se gli Americani si sono insediati sul suolo nazionale con le loro basi militari.

 Per questi motivi è meglio festeggiare San Marco e ricordare una patria tutt’altro che divisoria, Venezia. È giusto quindi tracciare brevemente chi era San Marco e perché è associato a Venezia. 

A San Marco la Tradizione attribuisce il secondo Vangelo sinottico. La casa di sua madre a Gerusalemme era luogo d’adunanza per i cristiani della città, tant’è che vi si rifugiò anche Pietro dopo il 44. Inoltre Marco si frequentava assiduamente con Paolo prima che le proprie strade si dividessero, per poi trovarsi a Roma verso il 61 mentre l’apostolo aspettava di essere giudicato da Nerone. In quegli anni Marco era in stretto contatto ancora con Pietro. Questi chiamava Marco “suo figlio” perché è probabile che lo avesse battezzato, oltre a non essere inverosimile che per la famiglia di Marco Pietro avesse un affettuoso riguardo. Non a caso si afferma che Marco fosse l’interprete di Pietro, cioè il traduttore delle parole del pensiero. Papia di Jerapopoli  afferma che Marco offre una esatta copia della catechesi orale di Pietro nel suo Vangelo. È interessante notare dunque l’attaccamento di Marco a Pietro che si può senz’altro associare all’attaccamento che ebbe lo Stato marciano alla chiesa cattolica. La sua Novella fu scritta presumibilmente attorno al 55 e fu usata da Luca, al quale si attribuisce il terzo Vangelo sinottico. Quello di Marco è il più breve tra tutti i Vangeli e si occupa di narrare quasi tutti i miracoli di Cristo sacrificando molte parabole e discorsi. La descrizione è vivida e istantanea, e si possono notare descrizioni analitiche che spesso mancano negli altri Vangeli. Il suo Vangelo serve alla platea pagana, in quanto egli è presentato non tanto come il Messia atteso dagli Ebrei ma come Figlio di Dio in quanto autore di molti miracoli. Per questo tralasciò i discorsi che riguardavano questioni dottrinali e che potevano riguardare i giudei (compito questo eseguito da Matteo). Secondo la Tradizione Marco fu solo evangelista e non discepolo. Tuttavia la stessa tradizione non escluderebbe che lo stesso Marco, da ragazzino, abbia visto qualche volta di sfuggita Gesù: il fatto che Pietro si rifugiò nella casa di Marco per scappare della persecuzioni del Sinedrio fa supporre proprio un’antica amicizia. Eppure ci fu un episodio narrato nel suo scritto che fa pensare sia una sorta di descrizione autobiografica, pur non nominandosi mai. Un episodio avvenuto poco prima della Passione. 

Marco narra in maniera dettagliata di un giovinetto, risvegliato da frastuoni notturni mentre arrestano Gesù nel giardino Getsemani, che con la sola sindone addosso s’è messo a seguire il Maestro mentre lo portavano via, lasciando la veste in mano alle guardie, per poi fuggire nudo. Tutti gli Apostoli erano fuggiti, compreso Pietro: c’è da pensare che quel giovinetto fosse stato davvero Marco, vista l’accuratezza della descrizione. Non c’è da stupirsi che Marco non si nomini: anche Pietro nella sua catechesi nascondeva fatti a sé onorofici, e anche Giovanni non si nomina mai nel suo Vangelo. Così anche Marco può aver velato qui la sua propria faccia, pur non volendo omettere questo episodio. Gabriele d’Annunzio dice a riguardo: 

“Non avete mai pensato chi potesse essere mai quel giovine “amictus sindone super nudo” del quale parla il vangelo di Marco? Chi era quel tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giudea nell’ora dello spavento e della grande angoscia? Era vestito di un vestimento leggero. Si fuggì ignudo “reiecta sindone, nudus profugit ab eis”. Nulla più si seppe di lui nel mondo.” 

La concezione materialista della storia è pura dabbenaggine. In mancanza di fonti ufficiali, vogliamo credere che sia stato proprio l’evangelista Marco. Tale attaccamento nel difendere Cristo è paragonabile all’attaccamento di Venezia verso la sua fede cattolica, sempre pronta a difenderla, al prezzo di enormi sacrifici. E infatti ora parliamo di Venezia.

Prima della sua nascita vi era una grande regione denominata “Venetia et Histria”, la X regio come la si definì nell’epoca augustea. Il nome veniva dalle due etnie Veneti e Histri. Venezia, la città più giovane tra le metropoli contemporanee -almeno in Europa-, nacque cattolica e ciò rappresenta una rarità nel turbolento alto medioevo, che vide la formazione di piccoli stati retti da duchi, marchesi e baroni. Con l’invasione di Attila nel V secolo vi fu un primo insediamento nelle isole lagunari nell’alto Adriatico, ma fu un insediamento momentaneo, anche se la storiografia veneziana vuol far passare l’anno della sua fondazione il 25 marzo 425. Il vero insediamento stabile si realizzò dopo la conquista dei Longobardi nella seconda metà del VII secolo d.C, e su influenza bizantina: con l’istituzione dell’esarca di Ravenna (rappresentante dell’Imperatore d’Oriente con poteri civili e militari), si costituì la prima società veneziana nelle varie isole che compongono la laguna. Proprio nella laguna si attesta la prima testimonianza della civiltà veneziana e il suo stretto legame con la religione cattolica: nell’isola di Torcello venne fondata nel 639 la chiesa di Santa Maria Madre di Dio.  A testimonianza di ciò  fu rinvenuta una epigrafe nel 1895 che, oltre a riportare l’avvenimento, ci dà l’idea delle istituzioni della prima società veneziana : 

“Nel nome del Signor nostro Gesù Cristo, sotto l’impero del signor nostro Eraclio perpetuo augusto, nell’anno XXIX del regno, indizione XIII, fu edificata la chiesa di Santa Maria Madre di Dio per ordine del pio e devoto nostro signore Isaccio eccellentissimo esarca patrizio e per volere di Dio, e fu edificata a utile ricordo dei suoi meriti e del suo esercito.
Questa fu costruita dalle fondamenta per opera del benemerito Maurizio glorioso maestro dei militi, mentre risiedeva in questo luogo di sua proprietà, e felicemente consacrata dal santo e reverendissimo vescovo Mauro”. 

Sul finire del VII secolo quella società di pescatori si elesse da sé un proprio dux (che nella scala gerarchica militare bizantina voleva dire condottiero), che la Tradizione rimanda a tale Paulicio. Il tutto scegliendosi come forma di governo la Repubblica, anche se nei primi secoli aveva un forte carattere monarchico.  

Ed ecco dunque Venezia nascere cattolica e sotto l’influenza di Bisanzio, pur non rinunciando ad azioni che agli occhi della capitale d’Oriente apparivano indipendenti. Un rapporto di dipendenza che sfocerà nel pieno capovolgimento dei ruoli con la IV crociata, ma questa è un’altra storia. 

Il caso del trafugamento del corpo di San Marco nell’828 ad Alessandria ad opera di due mercanti veneziani, non solo segna l’inizio di una nuova era politica. Per uno Stato, soprattutto nel cristianissimo medioevo, avere un proprio patrono significava innanzitutto accrescere un notevole prestigio agli occhi di Dio. Nel caso specifico di Venezia significava un altro tentativo di affrancarsi dall’orbita bizantina: prima del santo evangelista Venezia venerava il greco San Teodoro. Ovviamente la sincera devozione dei veneziani verso il nuovo santo non veniva meno. In ogni caso la commistione di politica e religione fece sì che l’avvenimento riscuotesse enorme successo, in quanto la tradizione già legava San Marco all’area veneta. Raccontata così appare tutto molto bello e romantico, ma non di certo tale avvenimento fu dettata dal caso perché Marco venne portato a Venezia l’anno successivo al sinodo di Mantova, la quale assemblea di Vescovi dichiarava che la città lagunare dovesse essere sotto la giurisdizione ecclesiastica del patriarcato di  Grado. Lo storico esperto nei rapporti tra Venezia e Bisanzio Nicol Donald non esita a tacciare l’azione veneziana come uno “sfacciato gesto piratesco”. Il misfatto fu giudicato molto tempo dopo col riferimento a una profezia fatta da un angelo a Marco stesso, che gli annunciava che il suo corpo avrebbe riposato a Venezia. La versione della storia comunemente accettata, in quanto raffigurata nel mosaico della più tarda basilica di San Marco, narra l’impresa di due mercanti di Venezia che, con l’aiuto di due monaci greci avrebbero trafugato il corpo dal suo tempio ad Alessandria corrompendo i guardiani e coprendolo poi di prosciutto affinché le guardie arabe non potessero verificare dettagliatamente cosa trasportassero (anche questo episodio è ben raffigurato in una arcata esteriore della Basilica marciana). 

Ovviamente storia e leggenda si intrecciano, ma il trafugamento è cosa storicamente accertata. Una volta giunta a Venezia tra il popolo festante con a capo il Doge Giustiniano, la sacra reliquia fu posta e custodita in una camera segreta e sorvegliata a fianco dell’allora modesto Palazzo Ducale. Nel suo testamento il Doge ingiungeva alla vedova di costruire una basilica in onore del santo. Cominciava così l’era dello Stato marciano repubblicano, la cui Costituzione andava modificandosi nel corso dei secoli a seconda delle circostanze politiche e militari, con un alto senso dello Stato e del Diritto che contribuirono a far diventare Venezia una delle più grandi potenze internazionali, dapprima con un suo impero marittimo detto “stato da mar”, per poi inglobarsi quel lotto di terra che un tempo costituivano pressa poco la X regio, in modo tale da riunire sotto l’egida del leone quei popoli e quelle terre storicamente ed etnicamente “sue” . 

Un sistema costituzionale perfetto dove vi erano tutte e tre le forme di governo: la Monarchia rappresentata dal Doge “primus inter pares”, la Democrazia popolare espressa dal Maggior Consiglio e l’Aristocrazia rappresentata dal Senato e dal Consiglio dei Dieci, anche se quest’ultimo organo, temutissimo quanto affascinante, fu spesso oggetto di critiche a causa del suo sistema oligarchico. Pur venendo a contrasti con molti papi nel corso dei suoi secoli Venezia è sempre stata paladina della fede cattolica: lo si può evincere dalle sue innumerevoli guerre contro gli Arabi e i Turchi, dalla sua promozione per l’arte e l’architettura cristiana e la sua particolare devozione alla madre di Dio. Non è un caso se la neonata Repubblica Francese mosse la sua prima guerra proprio contro la Repubblica veneta. Nel nuovo mondo non vi era più posto per una Repubblica “obsoleta” perché fortemente cattolica e identitaria. 

Ma la Storia presenta sempre il suo conto: le bellezze culturali che ci ha lasciato la Repubblica di San Marco sono sotto gli occhi di tutti, mentre l’attuale mondo che si rifà proprio agli ideali illuministi cade ogni giorno in una rovina materiale e spirituale che sembra non avere mai fine, così come sono i 25 aprile negli ultimi decenni. È davvero un insulto alla nostra identità se la Serenissima è appena citata nei testi scolastici e il giorno di San Marco è passato in secondo piano per dar spazio ad una guerra fratricida tra partigiani e fascisti, guerra che ha fatto cadere nell’oblio, per dirla alla Alvise Zorzi, la Repubblica del Leone. E non è un caso se in tempi di Cornavirus le istituzioni si prodigano per celebrare tale ricorrenza spacciata come Liberazione (senza mai citare gli Alleati, veri fautori della stessa Liberazione) e per la messa di Pasqua le porte delle chiuse sono state chiuse. Questo esempio lampante ci deve far riflette su come l’Italia sia una nazione ideologica che ha scardinato la sacralità, quella sacralità che nel corso della sua Storia fece sì che diventasse faro della civiltà del mondo. 

A riguardo della civiltà veneziana, disse Petrarca: 

“Quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d’oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond’è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura”.

Potranno dire così i nostri posteri del 25 aprile che noi conosciamo dalla metà del secolo scorso? Oggi più che mai, dunque, viva San Marco ad ogni 25 aprile!

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